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Frugando in internet ecco saltare fuori questa interessante storia scritta a ricordo dei personaggi che hanno posato i primi mattoni dell'informatica italiana:

Il gruppo Olivetti di Barbaricina (testo integrale di Dario Calogero)

 

Ricordi e aneddoti dei Laboratori di Ricerche Elettroniche Olivetti a Barbaricina di Pisa, a Borgolombardo e a Pregnana milanese

 

Premessa.


Scrivo con piacere queste note, sia perché me le ha chieste Mauro Ballabeni, che ringrazio per l’amore con cui cerca di tenere in piedi il ricordo di che cosa è stata l’Olivetti, sia perché quando si è giunti alla mia quasi veneranda età è gradevole ricordare i momenti felici della propria gioventù.
In verità Mauro mi aveva chiesto due paginette soltanto, ma poi mi sono messo a scrivere, cosa che a me piace molto, anche perché la mia professione più amata, che pochi conoscono, non è quella dell’ingegnere, del manager o dell’imprenditore, che pure ho esercitato con un certo successo, ma è quella dello scrittore, e mi piace scrivere di filosofia dell’esistenza, in particolare di tradizione indiana, argomento questo di scarsissimo interesse per gli italiani medi, che già leggono pochissimi libri, figurarsi quanto siano pochi quelli che leggono i miei, tanto che quando se ne vendono mille copie è già un successo editoriale. Si capisce che non scrivo per campare, tuttavia, io scrivo per vivere, perché una ricerca sul significato dell’esistenza attiva incredibilmente le sinapsi e mantiene in buona salute il cervello. E io sono convinto che con il cervello, funziona bene anche tutto il resto; forse non a caso sono arrivato a ottantatré anni in buona salute fisica e mentale.

Nelle mie note si trovano commenti sulle persone che incontrai a quei tempi e si potrà costatare che sono sempre benevoli, ma non per piaggeria; infatti tra i ragazzi di Barbaricina non mi capitò mai di trovarne uno che fosse arrogante, presuntuoso, ineducato, invidioso o poco collaborativo. Eravamo un gruppo compatto di giovani che remavano tutti nella stessa direzione, molto motivati a fare una cosa di cui neppure noi potevamo immaginare i futuri sviluppi, e nemmeno le conseguenze che avrebbe avuto sulla società umana, ma che dentro di noi sapevamo essere unica e importante.
Alcuni anni fa, Giuseppe Rao, un eporediese che lavorava presso la Presidenza del Consiglio, si appassionò a questa nostra storia e, non so come fece, riuscì a scovarci tutti uno a uno, e a radunarci a Milano presso il Museo della Scienza e della Tecnica. C’eravamo quasi tutti, perché lo scorrere del tempo non aveva ancora cominciato a decimarci, e rimasi stupito a vedere con quanta facilità ritrovammo lo stesso spirito di un tempo, come se quello si fosse fermato e noi fossimo rimasti sempre insieme.
Scrivo queste note in prima persona perché questi sono i ricordi che escono dalla mia memoria e che riguardano quei tempi, ma voglio tranquillizzare chi mi legge: non ho la pretesa di raccontare qui la mia storia personale, che certo sarebbe presunzione e di modesto interesse, bensì voglio fare la storia di noialtri del gruppo di Barbaricina così come io la ricordo, perciò se altri miei colleghi superstiti vorranno aggiungere le memorie loro o correggere le mie, potranno farlo liberamente; basterà mandarle a Ballabeni.
Chi mi legge noterà che non seguo un ordine storico. Queste note le ho buttate giù così, come mi sono venute alla mente, senza alcuna intenzione di scrivere una storia del Laboratori Olivetti di Ricerche Elettroniche, ma solo di ricordare aneddoti e fatti salienti di questa bellissima avventura cui ebbi l’onore di partecipare.
In verità io mi considero un privilegiato per avere avuto la ventura di far parte di quel gruppo di giovani. Non c’era a quei tempi un ingegnere fresco di laurea che non desiderasse di fare ricerca nel settore tecnico di sua pertinenza, e io questa fortuna l’ebbi davvero. Peraltro, io sono convinto che per riuscire vita ci vuole un 70% di abilità e un 30% di fortuna. Io scelsi di laurearmi su un argomento allora ancora sconosciuto ai più, i componenti elettronici a semiconduzione, e feci questa scelta non per un preciso disegno strategico riguardante il mio futuro, ma solo perché la cosa m’incuriosì e mi piacque.
Per fortuna chi guidò il gruppo di Barbaricina ebbe in mente di fare un calcolatore elettronico con componenti a semiconduzione, e forse io vi fui associato proprio per questo. Indubbiamente in seguito ci sono stati tanti altri molto migliori di me in questo campo, ma la mia fortuna fu che a quel tempo a saperne di semiconduttori eravamo in pochissimi e a fare prendere me bastò quel poco che avevo imparato con la mia tesi di laurea.
Io non so cosa vorrà fare Mauro Ballabeni di queste mie note, che sono molto più lunghe di quanto lui potesse aspettarsi. Potrà sceglierne solo qualcuna per pubblicarla sulla Newsletter “Olivettiani”, potrà pubblicarla a puntate o farne un libro, specie aggiungendo i ricordi degli altri superstiti*. Lascio a lui la scelta, io ne faccio dono a tutti i miei colleghi di allora, ai superstiti e a quelli la cui Anima ha già lasciato questo mondo nel quale, in soli cinquantasei anni, la tecnologia elettronica ha fatto cose allora impensabili. In ogni caso, in termini di brevità io non sono capace di fare meglio di così perché la memoria, quando l’attivi, corre come una valanga e un pezzo alla volta ti tira fuori tutto, perciò non mi è facile dirle di fermarsi. Allora, caro Mauro, di questi ricordi fanne quello che vuoi, io te li affido perché so che sono in buone mani.
A leggere queste note potrebbe sembrare che io descriva quei giovani di Barbaricina come dei pionieri. E’ proprio così, a modo nostro eravamo dei pionieri, ma allora non ce ne rendevamo per niente conto.

Beppe Calogero

PS. Mi scuso con gli amici che leggeranno queste note per qualche mia imprecisione, ma è passato tanto tempo e la memoria può anche tradire. In ogni caso si possono apportare tutte le correzioni ritenute utili o necessarie.



Il mio primo colpo di fortuna.

In questo primo ricordo racconto come fu che mi trovai a Barbaricina di Pisa la mattina di un freddo giorno del novembre 1956.
Nel luglio di quell’anno mi ero laureato in ingegneria industriale elettrotecnica presso la scuola d’ingegneria dell’Università Federico II di Napoli. Avevo presentato una tesi che a quei tempi era alquanto singolare per il mio ramo, perché riguardava un nuovo componente elettronico che si basava sul modo di condurre l’elettricità in certi materiali solidi, come il silicio e il germanio, scoperto nel 1948 dall’americano Shokley. Si chiamava “semiconduzione” e i componenti elettronici che la usarono furono allora chiamati “transistor”. Questi si comportavano come i tubi elettronici esistenti a quei tempi che consentivano di regolare il passaggio della corrente tra due elettrodi per mezzo di un terzo con funzione di controllo, quindi potevano funzionare da amplificatori ma anche da interruttori di corrente e quindi essere usati per scopi digitali, vale a dire per avere a che fare con i numeri.
Io ne avevo sentito parlare dal mio Professore di Radiotecnica, che a quei tempi era l’unica materia che aveva un po’ il sapore di elettronica, e avevo letto un articolo su una rivista americana, che si chiamava appunto “Electronics”, che divenne la pietra miliare nella storia di questa tecnologia che avrebbe poi influito incredibilmente sul modo di vivere dell’umanità.
Dissi al Professore che mi sarebbe piaciuto fare la mia tesi proprio su questo argomento e lui fu d’accordo. Fu così che mi laureai in una disciplina, l’elettronica digitale, che ancora non esisteva nei piani di studio delle università italiane, e lo feci passando attraverso un’altra disciplina, la radiotecnica, che con quella non c’entrava quasi nulla.
Il mio Relatore aveva anche rimediato dagli Stati Uniti un transistor, un piccolo oggetto simile a una supposta con tre fili che uscivano dal di dietro, e me lo diede dicendo: “Vedi se puoi farci qualcosa”. Io ci feci un generatore a onde quadre perché quel componente aveva delle caratteristiche tali da poterlo realizzare con grande semplicità, e la cosa impressionò la Commissione d’esame che mi laureò con 110 e lode. In verità non mi regalarono nulla perché la mia media di laurea era di 29,7 perciò come premio per la mia tesi mi sarei aspettata la pubblicazione, anche perché desideravo avviarmi alla carriera universitaria. Ancora oggi penso che la Commissione avesse capito poco di quello che avevo presentato e che con la sua decisione salomonica avesse scelto di non compromettersi troppo.
Una settimana dopo la laurea mi misi subito a cercare un lavoro, ma non immaginavo che oltre a influire sul futuro dell’umanità l’elettronica avrebbe deciso anche il mio destino.
Trovare lavoro nei primi anni ’50 era come cercare un ago in un pagliaio. Il Paese era ancora mezzo distrutto dalla guerra, nel Sud le industrie ancora in piedi erano poche e nel ramo di mio interesse erano quasi inesistenti. Per non rimanere con le mani in mano, intanto accettai subito la proposta del Preside di Elettrotecnica di fare l’Assistente straordinario presso la Cattedra di misure elettriche a 1.200 Lire la settimana che mi bastavano appena per i pasti alla mensa dell’Università e per i mezzi pubblici per raggiungerla.
Oggi i giovani si lamentano che non si trova lavoro, ma se fossero nati al nostro posto ma con le idee di oggi, si sarebbero suicidati. Nonostante la mia buona laurea la Marelli di Milano mi offriva un posto da operaio a 45.000 Lire al mese, e fui anche sul punto di accettare quando mi arrivò una proposta dalla General Electric per un lavoro negli USA da vero ingegnere nella ricerca sui missili spaziali. I missili risvegliavano in me i recenti ricordi della seconda guerra mondiale, alla quale non avevo partecipato per la mia giovane età, ma che avevo vissuto in prima persona con tutte le sofferenze e le miserie che mi aveva fatto vedere e anche provare. Comunque sarei andato anche lì, perché avevo bisogno di affrancarmi dalla mia famiglia e metterne su una mia, quando mi capitò di leggere un annuncio molto piccolo sul quotidiano “Il Mattino” di Napoli. L’Olivetti cercava giovani laureati in ingegneria, fisica, matematica per un suo centro di ricerca elettronica. Risposi subito e subito mi ritrovai a Milano a colloquio con l’ing. Berla della Direzione Centrale del Personale e poi con Mario Tchou, l’ingegnere cinese/italiano che Adriano Olivetti aveva catturato negli USA per dirigere il suo progetto inteso a realizzare un calcolatore elettronico.
Adriano era un imprenditore lungimirante. Capiva che con le sole macchine per scrivere l’Azienda non sarebbe potuta andare lontano e lui si doveva essere fatta una sua strategia di lungo periodo che comprendeva anche il calcolo elettronico. Bisogna sapere che, avendo persa una guerra con una resa senza condizioni, ci era proibita qualsiasi iniziativa industriale che potesse sapere anche alla lontana di armamenti bellici. A quell’epoca il calcolo elettronico era agli albori e si pensava di applicarlo solo in ambiti scientifici e commerciali, così, anche su consiglio di Enrico Fermi, Adriano decise di cimentarsi in questa nuova avventura. E io ci finii dentro a piè pari.
Dopo un colloquio di un’ora, in cui conversammo del più e del meno e con l’unica domanda tecnica sulla forma d’onda ai capi di un condensatore in un circuitino schizzato su un foglio, Mario Tchou mi assunse subito come impiegato tecnico di seconda categoria a 80.000 lire al mese nella sede di Pisa degli LRE, i Laboratori di Ricerche Elettroniche della Olivetti, inizio al 1° novembre del 1956. Non potevo crederci, dopo solo tre mesi dalla laurea avevo già un lavoro. E che lavoro!
Uscii dalla sede dell’Olivetti, che allora era in Via Clerici, volando un palmo da terra, e il 29 ottobre ero già a Pisa per studiare con calma la città ed essere il 1° novembre a Barbaricina dove avrei lavorato fino a tutto il 1959.
Avevo in tasca le 60.000 lire che mi aveva dato mio padre dicendomi: “Finora a te ho pensato io e ti ho fatto studiare, ora la vita è tua e ci devi pensare da solo, ma l’Olivetti ti pagherà il primo stipendio al 27 del mese e fino allora dovrai pur vivere, perciò per questo mese sarai ancora a mio carico. Spendili con prudenza.” Mi diede così la sua benedizione.
A Pisa mi sistemai vicino alla Stazione in un piccolo albergo di nuova costruzione che stava di fronte a un largo spiazzo, forse lasciato libero da una casa distrutta dai bombardamenti. Il tempo era freddo e umido, ma non pioveva.
Così cominciò la mia avventura con la vita.

A Barbaricina.

La mattina dopo uscii per le strade di Pisa e chiesi a un tassista dove fosse Barbaricina e come fare per arrivarci. Era fuori città dalle parti della pineta di San Rossore e ovviamente non c’erano mezzi pubblici, perciò me lo prenotai per il 1° novembre alle 8 in punto. Tornando in albergo notai una strana macchina parcheggiata lì davanti. Era una vettura d’epoca, forse degli anni ‘20, una decappottabile che aveva perso la cappotta, tanto che sembrava una vasca da bagno con le ruote. Era stata trattata un po’ male perché era verniciata a pennello di un incerto color celeste. La ritrovai a Barbaricina la mattina dopo. Era di un certo Webb, un giovane canadese dall’aria malconcia, un po’ un precursore dei Figli dei Fiori, che forse avrebbe lavorato anche lui nei LRE. La macchina era una Trojan inglese, come mi disse Webb con un certo orgoglio, aveva uno strano cambio che le consentiva di passare da marcia avanti a marcia indietro con grande facilità senza l’uso della frizione, perciò quando faceva manovra sembrava di vedere una comica di Chaplin.
A Barbaricina gli LRE erano ospitati in una villetta fine ‘800 a tre piani con ampio giardino, ma era un po’ fuori del paesino, tutto dedicato ai cavalli da corsa che svernavano lì o vi finivano in pensione come stalloni. Gli abitanti erano principalmente fantini, piccoli e con le gambe un po’ storte per stringere meglio i fianchi delle loro cavalcature. La mattina i cavalli uscivano a fare una passeggiata tra i boschi e tra loro ce n’era uno famoso a quei tempi: si chiamava Ribot e aveva vinto tutti i premi possibili a livello internazionale, perciò doveva valere un patrimonio. A incrociarlo in macchina per andare al lavoro stavamo tutti molto attenti a fermarci a debita distanza per non spaventarlo.
A Barbaricina mi accolse con grande cortesia una bionda e distinta signora, la segretaria di Mario Tchou. Attesi pochi minuti e fui ricevuto dal Capo. Tchou era un bel cinese, alto dai folti capelli, neri e lisci, uno sguardo penetrante dei suoi occhi a mandorla e un sorriso franco. Mi diede il benvenuto e mi disse che avrei lavorato per Martin Friedman, un ingegnere canadese esperto di memorie e di elettronica a transistor, che era il capo del gruppo di progetto delle unità “fuori linea” della macchina “Zero”, vale a dire stampanti, lettori e perforatori di schede. “Fuori linea” significava che questi terminali i dati li ricevevano da un supporto magnetico oppure da una scheda perforata, creato in tempi precedenti dal calcolatore, e poi caricato su un’unità esterna per stampare, oppure leggere o perforare schede. Questa operazione si chiamava “batch processing”.
La “Zero” era il primo prototipo del nostro calcolatore elettronico che serviva per verificare l’architettura hardware del sistema; era quasi tutta fatta con tubi elettronici di due tipi: Triodi e Pentodi, che consumavano una gran quantità di energia elettrica e producevano un gran calore. Inoltre si rompevano abbastanza spesso, perciò l’affidabilità della macchina era abbastanza bassa. L’idea vincente degli LRE era stata di trasformarla a transistor, perché le potenze in gioco erano enormemente più basse e l’affidabilità estremamente più alta, così si poteva affrontare con buone speranze di successo un mercato che era ancora tutto da formare; tuttavia, nessuno mai aveva ancora fatto una macchina complessa con qualche migliaia di transistor, come invece facemmo noi per primi.
Nella Zero, tuttavia, solo alcune parti molto sperimentali erano fatte solo con i transistor; se non ricordo male il controllo delle unità a nastro, di cui si occupava Simone Fubini, un ingegnere torinese, e parte dell’unità aritmetica progettata da Remo Galletti, un ingegnere triestino dal carattere aperto, forse l’unico tra noi abbastanza esperto di elettronica e perciò da tutti considerato con grande rispetto.
Questo prototipo era stato realizzato nelle sue varie parti dai singoli gruppi di progettazione che lavoravano nelle varie stanze della villetta. Una volta terminate, furono messe insieme in un piccolo capannone provvisorio costruito nel giardino. La macchina Zero era montata su rack standard, strutture metalliche su ruote fatte apposta per avvitarci su i pannelli con l’elettronica, e a vederla si aveva l’impressione di un grande disordine, di cose messe insieme a caso, con grovigli di fili e cavi elettrici, molti dei quali correvano sul pavimento. La tastiera era fatta da una telescrivente Olivetti e si potevano anche infilare dati in macchina con il relativo lettore di nastro perforato.
Con me Tchou fu molto gentile, mi spiegò che come primo lavoro avrei dovuto costruire io stesso un alimentatore di tipo particolare, perché per dirigere degli operai bisognava sapere che cosa significasse lavorare con le mani. La cosa non mi dispiacque, e glielo dissi, perché fin da bambino io avevo sempre usato le mani per costruire qualcosa. Poi mi portò in giro per i laboratori e mi presentò ai miei futuri colleghi, prima di tutto a Martin Friedman.

Martin Friedman e Franco Filippazzi.

Martin era un ingegnere canadese, piccolo, magro, di pochi capelli, con il naso tipico degli ebrei. Scoprii che era socialista e poiché a quell’epoca lo ero anch’io, la cosa mi piacque. Lui viveva con la famiglia, moglie e due figli, in una villetta a Tirrenia, un villaggio per vacanze estive in mezzo a una pineta fitta di pini marittimi stesi lungo una bella e lunga spiaggia del mare Tirreno, subito a Sud di Marina di Pisa e di Bocca d’Arno, la foce del fiume di Firenze.
Martin era un personaggio arguto con grande senso dell’umorismo e capace di scherzi divertentissimi. Una mattina lo trovai nei gabinetti del piccolo capannone dove c’era la “Zero” che, seduto a terra, soffiava il fumo di una sigaretta dentro un tubo di plastica rossa, di quelli morbidi che ci servivano per formare i cavi elettrici. «Cosa stai facendo?» gli chiesi. «Tu guarda dove finisce.» mi disse. Seguii il tubo di plastica fuori dei gabinetti. Correva per terra in mezzo a molti altri cavi e andava fino al rack della memoria RAM che era racchiusa in una scatola di plexiglas trasparente. Il fumo della sigaretta non vi era ancora arrivato ma c’era da immaginare il casino che ne sarebbe venuto fuori quando ciò fosse successo. Tornai da Friedman. «Martin, farai venire un infarto a Flip.». «Non ti preoccupare e non dire niente.» rispose con aria sorniona e continuò a soffiare fumo. Aveva già bruciato cinque sigarette e doveva essere mezzo avvelenato dalla nicotina, ma continuava indefesso. A un certo punto un fumo denso e pesante cominciò a venir fuori dalla scatola della RAM e i tecnici che lavoravano attorno subito se ne accorsero. Tra le urla di “al fuoco, al fuoco!”, “brucia!”, “stacca tutto!”, “fate presto!”, corsero in giro a staccare i numerosi alimentatori che fornivano energia alle varie parti della macchina. Trattandosi di un impianto sperimentale, il tutto si accresceva ogni tanto di qualche nuovo pezzo con il suo alimentatore dedicato, perciò non c’era ancora un interruttore generale e le varie parti dovevano essere accese e spente sempre rispettando un certo ordine, e in quel momento di panico bisognava non sbagliare.
Flip era il soprannome d’arte che avevamo dato a Franco Filippazzi, un giovane fisico esperto di memorie a nuclei di ferrite. Flip non era un diminutivo, ma una parola scelta per assonanza con il suo cognome. Uno dei circuiti elettronici di base del calcolatore, infatti, si chiamava “flip/flop” perché poteva trovarsi stabilmente in due stati diversi, uno che diceva “flip” e l’altro che diceva “flop” e i due stati potevano essere usati per indicare “zero” o “uno”, le due cifre del sistema di numerazione binaria su cui si basavano i calcoli della macchina
La nostra memoria RAM era una creatura di Flip e lui ne andava molto fiero, e a ragione. Era una memoria ad accesso casuale e molto rapido, che consentiva di arrivare in tempi molto brevi al dato che serviva in un certo momento. Si usa anche oggi nei PC, solo che ora sono fatte allo stato solido, sono piccolissime, velocissime e hanno capacità allora inimmaginabili. A quei tempi non c’erano ancora i dischi rigidi di oggi e tutti gli altri supporti per i dati erano enormemente più lenti; i nastri magnetici ad esempio. Se il dato ricercato fosse stato alla fine di una pizza ci sarebbero voluti diversi minuti per trovarlo. In effetti tentammo di fare una memoria di massa ad accesso abbastanza rapido, ma non riuscì mai a funzionare. Era un grosso cilindro ricoperto da ossido magnetico che girava dentro una camicia sulla quale erano fissate le testine di lettura messe a breve distanza una dall’altra. Sembrava un motore elettrico. L’idea era buona, il fatto è che funzionando si scaldava e si dilatava perciò le testine grippavano e le loro piste andavano a farsi benedire.
Flip si dovette seccare moltissimo per lo scherzo di Martin, ma non diede a vederlo perché era un giovane molto riservato e serio, invece Martin si dovette beccare una buona reprimenda da Tchou, tuttavia non smise di fare scherzi.
Qualche tempo dopo lo trovai che stava verniciando una resistenza da 10 Ohm con una specie di smalto da unghie trasparente. Ogni mattina apriva il cassetto del suo tavolo, tirava fuori la boccetta della vernice e le resistenze e gli dava un’altra mano. Dopo qualche mese erano diventate della palline tanto che la resistenza all’interno non si vedeva neppure più. Gli chiesi a che servissero e lui ammiccò con aria furba: «Vedrai …».
Una sera, avevamo fatto un po’ tardi e gli altri erano tutti andati via, Martin mi disse con aria furtiva: «Vieni con me.» e mi portò nella saletta dove Remo Galletti costruiva l’unità aritmetica, quella che sapeva fare le quattro operazioni. La parte a valvole aveva delle sottili barre di rame che alimentavano la tensione dei filamenti. Le valvole erano delle specie di lampadine e il filamento incandescente, scaldando un involucro, gli faceva emettere elettroni che venivano poi catturati da un altro elettrodo, il catodo. Allora le lampadine pagavano una tassa detta “d’illuminazione” e l’Ufficio Imposte ci faceva attaccare sopra una marca da bollo che attestava l’avvenuto pagamento. Questa idea balzana riduceva la dispersione del calore e le faceva guastare prima del tempo. La tensione dei filamenti era di pochi volt ma l’alimentatore, dovendo scaldare molti tubi elettronici, era molto potente perciò avrebbe resistito tranquillamente al carico di qualche Watt di alcune delle piccole resistenze speciali di Martin che, scaldandosi, sarebbero praticamente esplose una dietro l’altra in una nuvola di fumo. «Non ti preoccupare, niente rischi, solo fumo, io l’ho già fatto.», disse Martin per tranquillizzarmi, ma provavo un senso di colpa perché in questa marachella io mi sentivo suo complice.
Il mattino dopo Martin e io arrivammo a Barbaricina molto presto; volevamo essere presenti nel momento dell’accensione degli alimentatori. Quando Galletti arrivò noi due ci mettemmo fuori della porta fingendo di parlare di lavoro. Si senti il rumore dei numerosi interruttori che accendevano i vari alimentatori. Con pazienza aspettammo alcuni minuti, poi si udì una serie di “ploff”, il rumore delle piccole esplosioni degli involucri di vernice, e poi un fumo acre si sparse per la stanza. Solite urla, solite corse a spegnere gli interruttori nella giusta sequenza, poi si senti una voce irritata ma divertita: «Deve essere uno dei soliti scherzi del cavolo di Martin.». Noi due ce la squagliammo alla chetichella, però nessuno si arrabbiò. In fondo eravamo tutti giovani e ancora abbastanza allegri per divertirci con questi scherzi infantili. Solo con il tempo siamo diventati tutti seri e oggi, infatti, sorridiamo sempre meno.
Martin era una persona estremamente creativa e a lavorare con lui imparai molte cose, prima di tutto come si lavora, perciò gli devo moltissimo. Quando la Divisione elettronica fu venduta alla General Electric lui se ne andò a lavorare in Inghilterra e una volta che ero a Londra per lavoro c’incontrammo nel mio albergo. Mi disse che non si era più trovato bene con gli americani della General Electric e che forse sarebbe andato a lavorare alla Ferranti, che pure cercava di costruire calcolatori elettronici. Lo sentiti a telefono pochi anni fa. Lui viveva in pensione a Glasgow dove si era trasferito da molti anni. Gli parlai in inglese perché pensavo che avesse dimenticato la nostra lingua, ma lui mi apostrofò in un italiano ancora perfetto: «Joe perché mi parli con il tuo pessimo inglese?».
Già, allora mi chiamavano tutti Joe perché Giuseppe era troppo lungo e da quella volta tutti i miei amici anglosassoni mi hanno sempre chiamato così, ma a Barbaricina ero meglio conosciuto come Moby Dick e credo di ricordare che questo soprannome me lo diede Lucio Boriello. Il fatto era che mi ero da poco operato di appendicite e, chissà perché, in pochi mesi mi ero molto irrobustito, in più mia madre, da buona mamma meridionale, era preoccupata per questo figlio che andava ad affrontare i rigori del Nord, perciò mi aveva fatto comprare in una liquidazione un orribile cappotto un po’ peloso e di un grigio chiarissimo. Forse c’era anche una taglia in più, ma era costato molto poco. Fu con quello addosso che mi presentai a Barbaricina e pochi giorni dopo già circolava il mio soprannome. Fu poi abbandonato, forse perché troppo lungo e tutti tornarono al più semplice Joe.
Tempo fa qualcuno mi ha detto che Martin se n’è andato all’altro mondo, anche lui come tanti altri amici e colleghi. A essere longevi come me bisogna sopportare questi continui distacchi, perché gli altri ti muoiono attorno uno ad uno, come per ricordarti che anche tu prima o poi … Ma io non ci faccio caso, anzi, sto ancora qui a fare programmi per il futuro.

Mario Tchou.

Il nostro Capo era un uomo molto simpatico, sebbene si tenesse giustamente a distanza da tutti noi e noi altrettanto da lui per il rispetto che si meritava.
Parlava un perfetto italiano con un leggero accento romano. Era il figlio dell’Ambasciatore presso il Vaticano della Cina nazionalista di Chang Kai Shek, per intenderci non quella che fu poi di Mao Tse Tung, perciò era vissuto a lungo a Roma dove aveva frequentato un nostro liceo. Poi era andato negli USA a studiare alla Columbia University, dove era entrato nel nascente mondo dei computer e dove Adriano Olivetti l’aveva catturato. Bel colpo! Un ingegnere cinese che sapeva di computer e che in più parlava un perfetto italiano.
A parlare con lui si aveva l’impressione che fosse più di cultura italiana che cinese, ma non era così. Una volta d’estate m’invitò a pranzo in un buon ristorante di Pisa, forse perché voleva conoscermi meglio, così ebbi modo di conoscerlo anch’io da vicino. Era un uomo molto simpatico, aperto, con un buon senso dell’umorismo. Mi spiegò gli essenziali della cultura cinese e in particolare mostrò un’eccellente conoscenza della sua cucina, ma apprezzava molto anche quella romana. Passammo insieme un paio d’ore molto gradevoli e solo più tardi capii il motivo di quell’invito.
Quando misi casa a Pisa abitavamo nella stessa strada, vicino al ponte Solferino. Lui era sposato con un’italiana, Lisa Montessori, una donna di un certo fascino. Era una giovane pittrice che poi diventò molto nota nel mondo dell’arte moderna astratta, ma non si faceva mai vedere a Barbaricina, né teneva relazioni con le mogli dei ricercatori dei Laboratori. Dopo la morte prematura di Tchou ebbi modo di conoscerla di persona e ancora oggi siamo legati da una solida amicizia.
Mario Tchou lasciò questo mondo in un brutto incidente d’auto sulla Torino/Milano mentre andava a Ivrea in un’umida giornata di pioggia. In quel periodo l’autostrada era in fase di allargamento a doppia corsia per senso di marcia e veniva anche livellata per liberarla dalle ondulazioni della campagna, perciò in certi punti della carreggiata c’erano ai lati delle alte pareti di sassi tenuti dentro cestelli di rete metallica. La Mercury di Tchou slittò sul fondo bagnato nel tentativo di evitare uno scontro frontale con un camion e andò a sbattere con un fianco su una di quelle pareti di sassi e per reazione vi batté contro anche la sua testa. Nell’incidente morì anche l’autista, un ragazzo di Milano. Toccò a me portare alla vedova le condoglianze dell’Olivetti. Già perché da un anno io ero passato dalla ricerca alla direzione del personale dei Laboratori Elettronici e questa bisogna faceva parte del mio nuovo ruolo.
Noi non ci rendemmo conto subito della perdita che avevamo subìto. Mario Tchou ci aveva fatto da scudo e protetto contro tutte le beghe e le invidie che senza di lui ci sarebbero cadute addosso provenendo dalle valli eporediesi. Per fare un esempio, avevamo iniziato da poco a Borgolombardo la produzione dell’Elea 9003 e il Direttore delle Produzioni dell’Olivetti – non ricordo chi fosse, ma è certo che non ha lasciato un segno nella storia – che però non aveva avuto l’incarico di acquisire nel suo dominio anche la nostra, una mattina si presentò senza farsi prima annunciare e senza andare prima a salutare Tchou, fece solo un rapido giro per la fabbrica e se ne andò così come era venuto. Aveva voluto far capire che quello era un suo territorio, proprio come fanno i gatti. Meno male che, come i gatti, non fece anche la pipì negli angolini. Ma Tchou dovette tener duro, perché non finimmo sotto l’egida di questo personaggio, che invece a Ivrea era considerato una potenza.
La camera ardente fu allestita al pianterreno della fabbrica di Borgolombardo, dove ormai producevamo il nostro calcolatore tutto a transistor. Al funerale sei di noi, tra cui Guarracino e io stesso, portammo a spalle la bara. Mi accorsi che singhiozzavo per la prima volta nella mia vita e mi pare di ricordare che davanti a me Ottavio facesse lo stesso. Noi ragazzi di Barbaricina avevamo perso il nostro Mentore. Era finita l’era del lavorare gioioso, e ora avremmo dovuto affrontare le difficoltà che la vita ci stava preparando. E sarebbero state tante.

Simone Fubini
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Simone mi diede una mano per insediarmi a Pisa. Lui viveva in una stanza d’affitto nella casa di una vedova con una figlia bruttina e un po’ curiosa, e mi disse che sapeva che c’era un’altra camera vuota, così andai a parlare con la signora. La stanza dava direttamente sul pianerottolo perciò per usare il bagno dovevo passare per la porta della sua casa di cui avevo la chiave, ma la sistemazione mi dava una certa libertà per andare e venire senza essere osservato, specie dalla figlia bruttina. In inverno il riscaldamento era sempre insufficiente perché la signora risparmiava sul combustibile e dovevamo sempre protestare, in estate invece si crepava di caldo ed era pieno di zanzare, che però a me non davano fastidio perché io ne sono sempre stato immune. Simone invece le uccideva con grande abilità in tutti i modi possibili, anche quelle ferme sotto il soffitto con un preciso lancio di piatto del primo libro che gli capitava a tiro.
Per me che ero appiedato, questa vicinanza era una buona soluzione perché andavo e tornavo dal lavoro insieme con Simone.
Fubini era uno di quelli che conosceva i transistor e li impiegava nel suo controllo per i nastri magnetici. Una volta un transistor della Philips gli esplose in mano mentre lo saldava e gli fece un graffio su un braccio. Lui fu la prima giovane vittima della ricerca elettronica italiana.
A pranzo ci trasferivamo a Pisa in una delle tante trattorie abituate a trattare con gli studenti universitari, perciò non ci fu mai modo di fargli capire che noi non lo eravamo più, e poi ci conveniva rimanere in incognito perché per gli studenti tenevano i prezzi più bassi. Il prezzo era fisso, ma se prendevamo qualcosa di più ce lo segnavano su un libriccino e a fine mese si doveva saldare. Una volta mi arrabbiai perché mi misero un supplemento di due lire per una “pera grossa”.
In questi pranzi Fubini si faceva sempre delle macchie impossibili, per cui inventammo una loro unità di misura che chiamammo “Fub”. Tutti noi esseri normali ci facevamo macchie da pochi millesimi di Fub, Simone invece viaggiava sempre sui tre o quattro Fub.
L’ambiente di lavoro a Barbaricina era molto bello. Lavoravamo con spirito di gruppo e ci aiutavamo l’un l’altro e in più ci divertivamo
Quello è stato il periodo più bello della mia vita di lavoro. Eravamo usciti da pochi anni da una guerra fratricida che aveva distrutto il paese, ma l’avevamo dimenticata ed eravamo animati dallo spirito del fare, del creare, di essere i primi, che oggi non esiste più
Effettivamente non ce ne rendevamo ancora conto, ma stavamo inventando l’ELEA 9003, il primo calcolatore fatto con componenti elettronici allo stato solido, mai fatto prima al mondo, e noi lo facemmo anche prima di Big Blu; che sarebbe l’IBM.

Perché Barbaricina.

Più volte mi sono chiesto come mai Adriano Olivetti ci aveva messo a Pisa. La risposta ufficiale era: “in ragione della nostra collaborazione con l’Università di Pisa e con il CEP (centro elettronico pisano)” ma in tutti gli anni che io sono stato a Pisa, all’Università ci sono andato si e no tre volte e avevo conosciuto solo un paio di persone del CEP, mentre non avevo mai visto uno di loro visitare i nostri Laboratori. Facevamo due macchine sostanzialmente diverse: quella del CEP serviva per scopi scientifici, perciò era importante la velocità di calcolo, mentre la nostra era pensata per scopi amministrativi, perciò erano più importanti i grandi volumi di dati.
La verità era che Adriano conosceva i suoi polli eporediesi e sapeva benissimo che se ci avesse messo a Ivrea ci avrebbero fagocitato e distrutto in breve tempo. A Ivrea vigeva la tecnologia meccanica, ma quella fatta di piccoli pezzi tranciati per farne leve e levette, molle, e minuscoli particolari dalle forme impossibili con le comuni lavorazioni meccaniche. Questi pezzi erano invece realizzati con una tecnologia tutta olivettiana chiamata “pressofusione”.
I progettisti di Ivrea erano bravissimi a fare macchine meccaniche molto complicate e con leveraggi, molle e ingranaggetti erano capaci di realizzare memorie e unità di calcolo che alla fine facevano le stesse cose della Unità Centrale del nostro calcolatore ma erano estremamente più lente e enormemente meno capaci.
Una volta Tchou mi portò a Ivrea con la sua Mercury, un’ingombrante macchina americana cui teneva moltissimo, e andammo a visitare Gassino, un famoso progettista meccanico che aveva appena realizzato un macchina contabile. Questa era un piccolo calcolatore capace di fare qualche calcolo non complesso, come ad esempio l’IVA. Per mostrare il potere della sua posizione Gassino ci ricevette in gran pompa, e ci fece vedere il suo gioiello che faceva i calcoli macinando ingranaggi e muovendo leve e levette opportunamente richiamate da molle. Tchou la guardò lavorare un po’ poi chiese a Gassino: «Mi puoi fare uno per uno?». Quello lo guardò un po’ stupito e poi impostò il calcolo sulla tastiera e diede il via. La macchina si mise in moto macinando leve e ingranaggi e dopo un minuto e più la stampante scrisse “1”.
«Ecco, a fare questa semplice operazione noi ci mettiamo un microsecondo, questa è la differenza con l’elettronica» – disse freddamente Tchou. Si fece certamente un nemico, ma eravamo ancora molto piccoli perciò non eravamo considerati dei concorrenti pericolosi, ma qualche anno più tardi non fu più così.



I week end a Pisa.

Durante i week end non sapevamo cosa fare. In verità a Pisa non c’era molto tranne qualche cinema o la sera andare in un bar del centro a chiacchierare tra noi. Non conoscevamo nessuno del posto con cui intrattenerci e i pisani non sembravano molto socievoli con i giovani venuti da fuori, forse per via dell’Università.
Pisa ha un’Università antica e famosa anche per la sua Scuola Normale che, specie a quel tempo che vedeva nel Paese poche sedi universitarie accentrate solo nelle principali città, richiamava da fuori un sacco di studenti che, come me, vivevano in stanze d’affitto e come me prendevano i pasti nelle piccole trattorie cittadine. Tutta la città viveva molto su questa singolare immigrazione che si estingueva di colpo durante le ferie estive, ma in generale quei giovani erano considerati dai pisani dei rompiscatole, sebbene a quei tempi pensassero molto più a studiare che a divertirsi.
La maggior parte di noi aveva la ragazza dalle sue parti ma quelli che non ce l’avevano non trovavano facilmente qualche occasione sul posto. Durante la settimana si lavorava di lena, anche fino a tardi, perciò la sera si andava a cena da qualche parte e poi a letto. Io andavo spesso a cenare alla mensa dei ferrovieri al lato della stazione. Si mangiava molto bene e costava poco, ma chissà perché, sui tavoli usavano una tovaglia di stoffa che cambiavano solo il sabato, perciò il venerdì sera c’era disegnato sopra l’intero menù della settimana come fosse un quadro di pop art.
I dintorni di Pisa erano bellissimi sia verso il mare ricco di pinete, con Bocca d’Arno e Marina di Pisa, sia all’interno verso Lucca, sia verso Sud a Viareggio e Livorno.
A volte facevamo un colpo di vita ai Bagni Pancaldi di Livorno dove la sera facevano una specie di Café shantan con la musica e le ballerine. E che ballerine! Era certo che avrebbero saputo fare bene tutto meno che ballare, e sulle loro miserie professionali noi ci facevamo un sacco di risate.
Qualche volta andavamo a mangiare a San Vincenzo, a Sud di Livorno, dove c’era un ristorante sulla collina che a un prezzo fisso di 1000 Lire faceva mangiare a volontà. Dopo un paio delle nostre visite ci vedevano arrivare con preoccupazione. Eravamo tutti giovani e di buon appetito e uno di noi riusciva a mangiare anche due polli arrosto e due grosse saraghi alla griglia, oltre al resto. Costui era Tarchini, un ingegnere genovese che non a caso avevamo ribattezzato “tirchini”, e con lui a nulla valevano i tentativi del gestore di disgustarlo raccontando degli scarafaggi che dava a mangiare ai suoi polli ruspanti.
Da queste gite si tornava tutti un po’ allegri e chi aveva l’auto caricava chi non l’aveva. C’era uno di noi che allora era distaccato presso l’Università, l’ingegnere Pippo Cecchini, che nel traffico di Pisa si metteva davanti, e tutti gli altri dietro, e poi per girare a sinistra metteva il segnalatore di direzione a destra e al contrario per girare a destra. Lo stesso facevamo tutti noi che stavamo dietro creando un po’ di scompiglio nel traffico cittadino. Qualcuno ci fermava preoccupato “Guardi che ha le frecce girate!”, poi si accorgeva che le aveva tutta la fila e ci mandava a quel paese…
Questi giochi oggi possono sembrare un po’ infantili, ma noi eravamo tutti giovani puliti nell’animo, dediti con passione al loro lavoro e motivati per raggiungere obbiettivi importanti; e di questo eravamo tutti molto consapevoli.
D’estate Tchou ci consentiva un orario estivo. La mattina iniziavamo mezz’ora prima, alle 8,00, e finivamo alle 12,00 per andare tutti insieme al mare a Marina di Pisa, da dove tornavamo per essere al lavoro in tempo per le 16,00 e continuavamo fino alle 20,00. Qualcuno restava anche di più tra le proteste del custode che voleva andare a dormire.
Una volta Ottavio Guarracino mi disse «Senti Joe, affittiamo un gozzo e ce ne andiamo alla Gorgona?».

Guarracino.

O’ guarracino che ghieva pe’ mare le venette voglia de s’enzurare …
Sono i versi di una filastrocca napoletana per bambini che parla del piccolo pesce “guarracino” che gli venne la voglia di sposarsi e di una triglia, che faceva la mediatrice matrimoniale e gli proponeva varie specie di pesci, ma nessuno gli andava bene. Con questa scusa la filastrocca fa un completo elenco di tutti pesci del Mediterraneo, tant’è che ci vogliono due ore per leggerla tutta.
Come me, Ottavio Guarracino era anche un ingegnere napoletano forse l’ultimo di otto figli, e non gli era stato dato un soprannome perché il suo nome sembrava che lo fosse così com’era. Come me, era molto legato a Napoli e alle sue tradizioni, perciò mi fece molto piacere trovarlo a Pisa quando vi arrivai. Se non ricordo male lui lavorava con un ingegnere torinese, Gianfranco Raffo, ma non ricordo neppure a che parte della “Zero”.
Ottavio era uno di poche parole, serissimo e gran lavoratore e solo ogni tanto ci scambiavamo qualche ricordo della nostra città. Tra tutti lui era l’unico che era riuscito a intrattenere un’amicizia con delle ragazze pisane, ma non ce le aveva mai fatte conoscere. Come me era appassionato di mare, perciò la sua proposta non mi giunse inattesa.
Gorgona è un’isoletta toscana a 15 miglia dalla costa adibita a colonia penale. Per atterrare sarebbe occorsa un’autorizzazione della polizia carceraria e seppi dopo che era impossibile averla perché si trattava di un carcere ad alta sicurezza dal quale doveva essere molto difficile evadere, tranne che via mare con l’appoggio di un’imbarcazione. Noi tutte queste cose non le sapevamo, per noi Gorgona era lì e tutte le sere di bel tempo la vedevamo al tramonto stagliarsi contro l’orizzonte e ci chiedevamo come fosse. Così fu che ci andammo.
Ottavio trovò un pescatore disposto ad affittarci il suo gozzo non senza preoccupazione con la promessa che non ci saremmo allontanati. All’avventura parteciparono sei di noi, quanti erano i posti disponibili. Oltre me e Ottavio c’era come unica donna mia moglie Paola (nel frattempo mi ero anche sposato), Piergiorgio Perotto, un professore di elettronica dell’Università di Torino, un giovane fisico che di cognome faceva Maddalena, e mi pare Simone Fubini. Avevamo con noi la colazione a sacco e qualche bottiglia d’acqua. Non c’erano le dotazioni di sicurezza richieste oggi per navigare, tranne un salvagente di sughero un po’ logoro, e neppure una bussola di rotta. Tuttavia avevamo con noi la nostra giovanile incoscienza e la sua voglia d’avventura.
Per orientarci andammo a naso verso Ovest allontanandoci dalla costa sicuri che a un certo punto avremmo incocciato la Gorgona. Non era proprio così perché non avevamo tenuto conto dell’esistenza delle correnti, ma la fortuna ci aiutò e fece apparire una nuvoletta stazionaria proprio sopra la foschia del mattino.
La mia esperienza di mare di fece capire che lì sotto c’era l’isola e in effetti ci arrivammo in tre ore. Ci fermammo in un punto della costa che ci parve bello, ricco di scogli e di vegetazione mediterranea, facemmo il bagno. e mangiammo la nostra vettovaglia. Mia moglie aveva portato anche il caffè. Nessuno ci disturbò, alla faccia della sicurezza contro le evasioni. Alle quattro del pomeriggio decidemmo di tornare, tanto in tre ore saremmo atterrati a Marina per le sette, ma avevamo fatto i conti senza la brezza di terra, che è un vento che va verso il mare e si alza di pomeriggio sul tardi quando la terra si raffredda rispetto al mare, che invece resta caldo più a lungo. Così ci trovammo un bel po’ di onda proprio in faccia, giusto per ridurre di molto la nostra velocità.
Si fece notte e faceva anche freddo, in più eravamo sulla rotta delle navi che uscivano dal porto di Livorno, ma senza luci di posizione se non una pila che Ottavio si era portato per prudenza.
Atterrammo a Marina di Pisa alle nove di sera con il pescatore incazzatissimo che a sentirlo ci avrebbe denunciato, ma sapevamo bene che lui non avrebbe potuto farlo, perché non aveva la licenza per il noleggio. Si tacitò con una congrua mancia e ce ne tornammo a casa. In questi casi si dice sempre “stanchi ma felici” e noi lo eravamo davvero.
Mi venne poi fatto di pensare che cosa sarebbe successo del progetto della Zero se l’Olivetti avesse perso in mare una buona parte dei suoi progettisti.
Parecchi anni dopo Ottavio si comprò una barchetta a vela e siccome nel frattempo io ero diventato un buon marinaio, mi chiese di fargli da equipaggio per un giro nell’arcipelago toscano. Accettai di buon grado e stemmo bene insieme per quattro giorni. Passando a fianco della Gorgona ricordammo la nostra avventura, ma questa volta un grosso gommone con le guardie carcerarie si accostò minaccioso e ci intimò di stare lontani dall’isola almeno tre miglia. Come cambiano i tempi!
Qualcuno mi ha detto che Ottavio se n’è andato dall’altra parte. Arrivederci Guarracino. Ora starai nuotando nel mare infinito del Paradiso.
A sciare sull’Abetone.
A quei tempi lo sci non era uno sport popolare come oggi, ma Zeno Colò, un atleta dell’Abetone un paesino dell’Appennino toscano, lo aveva fatto conoscere grazie alla sua vittoria alle Olimpiadi della neve. La regione d’Italia dove lo sci era più sviluppato era senza dubbio il Piemonte, dove peraltro era nato. Non esistevano scarponi da sci tecnologici come quelli di oggi, ne attacchi di sicurezza per salvarsi le ossa nelle cadute. Gli scarponi erano scarponi di cuoio e gomma e gli sci erano di legno con attacchi a molla.
Tra noi alcuni venivano dal Piemonte come Sandri e Fubini, e ci convinsero a fare una spedizione di prova all’Abetone.
Io avevo visto la neve sempre da lontano sul cucuzzolo del Vesuvio, e a Napoli città per la prima volta quando avevo sedici anni, perciò mi unii al gruppo senza calcolare i rischi. Tra noi c’era Guarracino, che come me non aveva mai visto la neve, Paolo Coraluppi, un giovane ingegnere di Milano venuto da poco a Barbaricina, Franco Filippazzi, che pure essendo di Milano non sapeva sciare. A Pisa mi comperai un paio di scarponi da sci di cuoio nero, dei calzettoni di lana e un paio di pantaloni come usavano allora, affusolati e stretti alle caviglie da una cinghietta.
Mia madre, da buona mamma napoletana preoccupata per la mia salute nei freddi climi della Toscana, mi aveva mandato a Pisa un maglione pesante di colore grigio fatto con le sue mani, solo che aveva sbagliato la misura e mi andava grandissimo. Le maniche superavano le mani di due palmi e in lunghezza mi arrivava quasi alle ginocchia, ma mi parve che andasse benissimo per la montagna, perciò non comprai altro.
Arrivati all’Abetone prendemmo in affitto degli sci di legno. Gli unici esperti, Fubini e Sandri, ci spiegarono come si attaccavano agli scarponi e poi ci avventurammo su una funivia. Sul cucuzzolo della montagna c’era una fitta nebbia, perciò non si vedeva cosa ci fosse più in basso. I soliti esperti ci spiegarono come si facesse per frenare a spazzaneve e ci dissero di buttarci giù nella discesa. Forse per non mostrare la fifa che ci aveva preso seguimmo il loro folle consiglio e ci buttammo, ma dopo neanche dieci metri eravamo tutti a terra fuori pista nella neve alta senza sapere come fare per rialzarci. L’orgoglio ebbe il sopravvento perché ci rialzammo e a furia di cadute uscimmo anche dalla nebbia. Attorno a me non vidi più nessuno degli altri, tranne Coraluppi.
Davanti a noi c’era una discesa ripidissima con in fondo le case del paese. Paolo e io ci guardammo interdetti, ma ancora una volta l’orgoglio vinse e ci buttammo. Questa volta feci molti metri in più di dieci, ma alla fine presi una velocità che mi parve enorme e franai fuori pista in un nugolo di neve. Non mi ero rotto nulla, ma sentivo un gran freddo alle gambe. Il mio nuovissimo pantalone si era completamente scucito e ridotto a quattro strisce di stoffa nera tenute insieme in vita e alle caviglie. Praticamente ero in mutande. Una giovane e bella signora che scendeva con estrema eleganza si fermò con un guizzo affianco a me per offrirmi aiuto. Io ero imbarazzatissimo e con il mio inutile orgoglio in mille pezzi, ma ricordai il maglione di mia madre e tirandolo giù riuscii a farlo arrivare fino alle caviglie. Declinai l’offerta con un sorriso, mi tolsi gli sci e, al diavolo l’orgoglio, me ne scesi a piedi con le mie brache svolazzanti sotto un lunghissimo maglione grigio.
Decisi che lo sci era uno dei miei limiti da non superare, e da allora non ci ho più provato.

Mazzantini.

Ivano Mazzantini, detto Ivo, era un giovane fisico fiorentino. Tchou me lo affidò dicendo: «Gli faccia fare la solita trafila manuale, tanto perché si ambienti.».
Per la nostra stampante bisognava fare un decodificatore montato su un laminato isolante a forma rettangolare di 120 x 42 posti su cui andavano saldati 504 diodi al Germanio con i relativi fili di uscita. In totale si trattava di fare più di un migliaio di saldature. Provai a spiegargli come si doveva saldare a stagno in modo che le saldature fossero di buona qualità, ma lui mi disse un po’ seccato che sapeva come farle. Gli dissi di chiamarmi in caso di dubbi o quando avesse finito. Mi chiamò quando ebbe finito. Osservai le saldature. Erano tutte fredde o quasi e glielo dissi. «Non è vero», sostenne lui. Allora presi uno a uno i fili di uscita e tirai; venivano via come se fossero stati attaccati con un cattivo adesivo. «Ripassale tutte» gli dissi e me ne andai, ma lui corse a protestare da Tchou, che da buon capo lo rimise alla mia attenzione. Ivo venne da me incazzato. «Io mi sono laureato in Fisica con lode e voglio fare ricerca, invece tu mi fai fare l’operaio!».
«Quando lavori con le mani tu sei un operaio e devi fare un buon lavoro proprio come quando fai il fisico e lavori con la testa perché fai ricerca. Come pensi di valutare il lavoro di un tuo operaio se non sai fare bene tu stesso quello che gli dai da fare? Perciò ora impara a saldare, vedrai che ti tornerà utile.».
In effetti le saldature fredde sarebbero poi state per noi un grosso tormento, almeno finché la tecnica di saldatura non trovò il modo di eliminarle. Noi invece si valutava la bontà delle saldature sbattendo con forza il manico di plastica di un cacciavite sulle piastre a circuito stampato; se la macchina si guastava c’era una saldatura fredda da cercare e ripassare. Il metodo era certamente grezzo e artigianale, ma di sicuro molto efficace
Più tardi Mazzantini mi ringraziò per la storia delle saldature. Ivo fece poi una bella carriera dentro e fuori l’Olivetti.
Qualcuno mi ha detto che tempo fa se n’è andato, anche lui. Ciao amico Ivo, ti ricordo con grande rispetto.

I Periti industriali e gli operai di laboratorio.

I gruppi di lavoro dei Laboratori erano organizzati così: c’era il capo progetto che dava le dritte sulle cose da fare, da cui dipendevano uno o più laureati in varie discipline come: fisica, matematica, ingegneria, ma anche alcuni periti industriali, in genere diplomati in elettrotecnica, che collaboravano alla messa a punto e al collaudo degli apparati progettati. A parte c’era un gruppo di operai, montatori elettricisti o meccanici, in genere pisani, che costruivano materialmente le parti meccaniche e facevano i cablaggi elettrici su indicazioni dei periti. Erano tutti giovanissimi e molto simpatici. Da loro si riusciva ad avere le informazioni su quello ci serviva e dove si poteva trovarlo a Pisa o a Lucca. Tra questi ce n’era uno simpaticissimo che parlava con forte accento toscano ed era noto come “V=costante” perché andava in giro su un motorino a gran velocità e una volta che non gli riuscì di frenare finì diritto in un negozio di frutta e verdura, per fortuna senza conseguenze.
Tra i laureati, i periti e gli operai esisteva una sorta di segregazione castale, per cui, pur lavorando gomito a gomito ed essendo tutti più o meno coetanei, tra loro si davano del “lei”.
«Scusi ingegner Tizio…», diceva il perito industriale, «Mi dica signor Caio…» rispondeva il laureato. La stessa cosa con gli operai. «Signor Giovannini mi faccia questo cablaggio per favore».
Al momento la cosa mi meravigliò alquanto, ma da persona ben educata mi adeguai; ma più tardi capii il perché. Nell’Olivetti i laureati venivano presi per una carriera direttiva, perciò erano destinati a diventare “dirigenti”, vale a dire a passare in una categoria di livello superiore a quella impiegatizia, invece i periti industriali erano destinati a una carriera esclusivamente tecnica e professionale. Questa spartizione dei rispettivi ruoli cominciava da subito, appena entrati in azienda, tutti lo sapevano e si comportavano di conseguenza, ma allo stesso tempo creava nei diplomati una sorta di complesso d’inferiorità da cui faticavano a liberarsi.
Per quanto mi riguarda io ho conosciuto dei periti industriali che avrebbero dato i punti a molti laureati, e tra questi c’era l’amico Lugari. Carissimo Lugari, chissà dov’è e se c’è ancora. Lui veniva dalla Olivetti Bull ed era stato assegnato al gruppo delle unità fuori linea per la sua esperienza sulle macchine meccanografiche. Erano trascorsi due anni e il gruppo era passato alle mie dipendenze, mentre Martin era andato a dirigerne un altro orientato su apparecchiature sofisticate, come la lettura ottica dei caratteri. Da Lugari imparai molto, specie sui disturbi che tanto ci facevano soffrire con i transistor a causa della piccolezza dei segnali, paragonabile a quella dei disturbi. Diventammo presto buoni amici e naturalmente ci demmo del tu. Lui era un accanito pescatore e passava i week end sulle rive di qualche fiume a far fuori trote e carpe. So che poi in Olivetti fece carriera e che fu fatto anche dirigente. Giustamente.

La bagnacauda.

Un giorno, parlando con un perito industriale, mi pare fosse il signor Sandri di Torino, si paragonava la cucina napoletana con la piemontese e così conobbi l’esistenza della bagnacauda. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto assaggiarla e lui pronto mi invitò: «Ingegnere, se vuole avremmo piacere di averla a casa di uno di noi perché sabato facciamo la bagnacauda.». Accettai subito e mi sentii veramente onorato dall’invito.
La casa dove andai il sabato successivo era quella di Caenazzo, un giovane perito che viveva a Pisa con la sorella, anche lei dipendente del LRE presso la segreteria, perciò con due stipendi avevano avuto modo di metter su una vera casa, contrariamente a tutti noialtri scapoli che ci arrangiavamo in stanze di affitto. La bagnacauda fu per me una scoperta per la sua bontà e insieme una mazzata per il mio stomaco, ma mi permise di stringere amicizia con tanti giovani intelligenti e simpatici al pari di un qualsiasi laureato. Credo che da quella volta mi vedessero sotto un’altra luce, quella mia vera.
Sandri lo ritrovai anni dopo a New York in una calda estate nei pressi del Museo Guggenahim. Lui lavorava alla Olivetti General Electric, società che io avevo lasciato da tempo, e anche con lui ci demmo del tu.
Caro amico Sandri, tempo fa ci sentimmo via e-mail e avvertii nelle tue parole una punta di amarezza. Va tutto bene ora?


La foto di gruppo.


Risultati immagini per olivetti barbaricina

Per la mia laurea mio padre mi aveva regalato una macchina fotografica. Era prodotta dalle Officine Galileo di Firenze e per l’epoca era di ottime prestazioni. Naturalmente non aveva messa a fuoco né regolazione automatica dell’apertura del diaframma e bisognava fare tutto a sensazioni, tuttavia il risultato che si aveva, se era buono, dava grandi soddisfazioni. Una mattina chiesi a Tchou se potessi fare una fotografia al nostro gruppo insieme con lui, e aderì di buon grado. Questa fotografia è l’unica che esiste di quei tempi. Ci sono tutti quelli che lavoravano in quel momento a Barbaricina, vale a dire Filippazzi, Galletti, Tchou, Grossi, Sibani, Borriello, Fubini, Guarracino, Raffo e anch’io. Mancava solo Martin Friedman, che quella mattina era fuori, e Luciano Nicelli, un ingegnere di Piacenza che si era un po’ sfasciato in un incidente con la Vespa, e si sarebbe unito a noi solo molti mesi dopo. Tra gli altri c’era Grossi, un ingegnere romano con la barba, che era anche il più vecchio di tutti noi, ma non mi riuscì mai di capire il ruolo che avesse.
La foto fu scattata dal custode, che per fortuna riuscì a inquadrarci bene. Lui era uno del tutto normale, ma certo in mezzo a tutti quei geni non figurava.

Lucio Borriello.

Ingegnere romano, Lucio detto Bhor, mi apparve come una persona dal tratto molto signorile anche dotata di un bel senso di humour, infatti dopo pochi giorni mi diede un singolare soprannome.
Lui lavorava all’ultimo piano, nella torretta della villa di Barbaricina e per questo era un po’ preso di mira da chi non era riuscito a conquistarla prima di lui.
Ora non ricordo a che gruppo appartenesse, quello che ricordo è che era sempre molto disponibile a dare spiegazioni a chi gliele chiedeva. Io ero tra questi, perché lavorando alle unità “fuori linea” ero anche un po’ “fuori” dai problemi della “unità centrale” che pure molto mi interessavano.
Santerini e l’Ufficio Acquisti.
I primi tempi che ero a Pisa non c’era chi comprasse i materiali che ci servivano e ogni gruppo si arrangiava da sé. Un giorno, proveniente da Ivrea, arrivò da noi l’ingegnere Corrado Santerini, un giovane livornese. All’inizio, tutti quelli di Ivrea erano sempre visti da noi con un minimo di sospetto perché si era capito che era meglio starne lontani, anche se nessuno ce l’aveva mai detto chiaro.
Si era capito che non potevamo andare avanti a comprarci su piazza le mille cose strane che ci servivano e molte a Pisa neppure c’erano, allora su richiesta di Tchou gli Uffici acquisti di Ivrea ci mandarono Santerini, un ingegnere esperto di acquisti tecnici. Corrado era un tipo aperto e sincero e si fece subito accettare da tutti. Nel suo lavoro di ricerca di materiali strani – i nostri lo erano quasi tutti – era bravissimo. «Chiedetemi quello che volete, spiegatemi perché vi serve e io lo trovo e ve lo compro, basta che ci sia la firma del Capo.».
Una volta, mi pare che fosse Joe Elbling, un altro canadese che studiava il Controllo Numerico, un particolare calcolatore elettronico capace di pilotare i movimenti di una macchina utensile, gli chiese un canarino. «Un canarino? O a che ti serve un canarino?». «Tu non te ne occupare a me serve e tu me lo compri.». Santerini questa volta s’incazzò: «Se non me lo dici io non ti compro un bel nulla. Che credi che se qui viene uno a chiedermi un quadrimotore della Douglas io vado da Tchou e gli dico che c’è da comprarlo perché uno di qui lo vuole? Mi manderebbe a pascolare e c’avrebbe pure ragione.».
Non so se poi il canarino fu comprato. La povera bestiola sarebbe servita a vedere che non si sviluppassero gas venefici in un laboratorio dove si facevano esperimenti con dei prodotti chimici.
Tra i veterani di Barbaricina l’amico Corrado è stato il primo ad andarsene.
La contabilità industriale.
Un giorno Thcou ci presentò un distinto signore mandato da Ivrea, di cui non ricordo il nome, e lo definì come il suo Assistente amministrativo. Nessuno di noi capì bene che cosa avrebbe fatto, ma tra noi anche lui ci stava bene, come tutte le persone inserite da Tchou.
La prima cosa che fece introdusse una piccola gestione del magazzino componenti e i “buoni di prelievo”.
Fino allora avevamo in ogni laboratorio un armadietto a cassetti contenenti i vari componenti elettronici che ci servivano e che prendevamo mano a mano che si facevano delle prove circuitali, ed eravamo liberi di attingervi senza renderne conto. Da quel momento non lo potemmo più fare e la cosa seccò un po’ tutti, non tanto per la limitazione di disponibilità immediata che ne sarebbe conseguita, ma perché ci apparve come una mancanza di fiducia.
Io ho sempre cercato di capire le ragioni delle scelte, perciò le andai a chiedere al Capo. Thcou fu come al solito chiaro e gentile. Mi spiegò che fino a qualche anno prima nell’Olivetti non esisteva una contabilità orientata ai singoli prodotti che si fabbricavano, perché all’atto pratico si comprava il ferro a 400 lire il chilo e lo si rivendeva a 5000 sotto forma di macchine per scrivere, quindi con un forte valore aggiunto e con un margine di contribuzione sui costi diretti veramente imbattibile, che però consentiva di coprire anche molti errori di gestione. La gran ricchezza così prodotta aveva consentito di fare investimenti e di sviluppare l’Azienda a tassi elevatissimi, ma l’inevitabile trasformazione dei prodotti, ad esempio verso l’elettronica, avrebbe certamente limitato questo vantaggio. Inoltre il nostro era un settore molto innovativo e a Ivrea ci potevano accusare di spendere soldi senza che fatturassimo ancora nulla, perciò era meglio che ci facessimo bene i conti in tasca da noi stessi. Questa era la Contabilità industriale. Senza accorgercene stavamo diventando una parte dell’Impresa Olivetti. E questo fu dovuto a Mario Tchou, che non era solo uno scienziato, come molti credevano; per quei tempi lui era anche un grande manager.
Giorgio Sacerdoti e Ignazio Morganti.
Ingegnere, credo triestino, era un tipico scienziato. Lui si occupava dell’architettura del sistema Elea, perciò era uno che doveva guardare lontano. Io lo consideravo il braccio scientifico di Tchou.
In verità lui non costruiva nulla ma sapeva tutto e tutti facevano riferimento a lui per consigli e pareri. Colpito in età postpuberale dalla polio, aveva le gambe paralizzate, perciò si appoggiava a una coppia di stampelle, tuttavia non faceva pesare a nessuno la sua difficile condizione e tutti noi non ci facevamo neppure più caso. Aveva una grossa FIAT adattata all’uso delle sue possibilità e la guidava con estrema facilità. Tutte le settimane se ne andava a Milano o dove abitasse e il lunedì mattina tornava da solo a Barbaricina.
Nella Divisione Elettronica svolse il ruolo di Direttore della Ricerca e Sviluppo mentre io gestivo il Personale al suo servizio. Con lui nacque un nuovo e ultimo tipo di calcolatore elettronico fatto dalla Olivetti, di cui non ricordo il nome perché ormai ero fuori dal giro tecnico, che utilizzava i primi componenti elettronici integrati, perciò era più piccolo dell’Elea e credo meno costoso.
Di questo periodo non ho aneddoti da raccontare perché dal punto di vista tecnico non lo vissi più da vicino. E poi Giorgio Sacerdoti era una persona serissima che non creava le occasioni per degli aneddoti.
Con lui lavorava Ignazio Morganti, un ingegnere romano proveniente dalla Direzione Commerciale della Olivetti Bull. Lui ci portava la conoscenza dei bisogni del mercato dei calcolatori elettronici di cui noi sapevamo pochissimo, e i suoi consigli furono spesso illuminanti per molti di noi. In effetti di quel mercato ancora nascente si sapeva poco, e quello che si conosceva veniva dal mondo dei centri meccanografici a schede perforate, e la Olivetti Bull lo conosceva. Quest’azienda era nata grazie alla capacità di guardare avanti di Adriano Olivetti che ci aveva messo a capo Ottorino Beltrami che fu sempre estremamente collaborativo con noi di Barbaricina e non fece mai mancare il suo supporto.
Incontrai Giorgio Sacerdoti qualche anno fa a Milano in Piazza San Babila. Era su una sedia a ruote spinta da un giovane badante. Mi riconobbe subito e come il solito mi chiamò Joe. Ci facemmo molte feste e fu un incontro bellissimo, come avviene tra vecchi amici che in passato hanno fatto un pezzo di strada insieme. Giorgio non è più un superstite di Barbaricina perché ha lasciato questo mondo.
Se Giuseppe Rao ripetesse un meeting di tutti noi come fece qualche anno fa, probabilmente questa volta saremmo pochissimi. Perciò è meglio non farlo.

Sergio Sibani.

Sergio, un fisico romano, con Cecchini era stato preso dall’Olivetti prima che nascesse Barbaricina per distaccarlo al CEP dell’Università di Pisa, dove aveva collaborato alla progettazione della loro “calcolatrice”. Al CEP ci tengono a considerarla al femminile, e forse hanno ragione, perché si tratta di una macchina.
Sergio si unì a noi molto presto, ma non ricordo di che si occupasse. Lui era un abile tecnologo. Ricordo che mi introdusse alla tecnologia del vuoto spinto e alla deposizione per evaporazione sotto vuoto dei metalli per studiare la possibilità di integrazione dei componenti.
Aveva una grossa Alfa Romeo e una volta, per raccogliere un pacchetto di sigarette caduto sul pavimento andò a sbattere contro un albero secolare dell’Aurelia. Salvò la vita ma rimase un po’ claudicante.
Vive a Latina e qualche volta ci sentiamo a telefono. Per una strana malattia ha perso l’uso degli occhi, ma lui continua a vedere con la mente.
Anche lui era troppo serio per dar vita ad aneddoti, ma ho voluto ricordarlo lo stesso, come altri seriosi quanto lui, perché è di quelli che hanno dato molto alla nascita del nostro “calcolatore”.

Il professor Perotto.

Forse in sintonia con i perforatori di schede, che facevano buchi rettangolari, a Ivrea Gassino aveva fatto un lettore di banda di carta con buchi quadrati. Al posto dei lettori di schede, costosi e ingombranti, questo lettore doveva servire a caricare nella nostra macchina molti dati abbastanza rapidamente. Però il mercato era ancora pieno di lettori di schede, perciò per motivi di compatibilità si doveva anche convertire la banda perforata tipo Olivetti in schede tipo Bull o IBM; questo convertitore lo progettava il prof. Perotto.
Le perforatrici Bull richiedevano una certa energia ai punzoni e per fornirla furono usati dei “tyratron”, tubi elettronici in atmosfera di gas, che funzionavano da interruttori, ma senza parti in movimento. Ovviamente producevano molto calore come tutti i tubi elettronici. Erano stati montati su un pannello rettangolare, una specie di vassoio messo nella parte alta del governo elettronico e sopra, a completamento dell’armadio disegnato da Sottsaz, c’era un coperchio fatto a scatola, di colore blu. Il tutto era alto poco più di un metro e si poteva essere tentati di appoggiarci sopra qualcosa, ad esempio una mano. Questo coperchio, invece, si scaldava tanto da poterci cuocere le uova. La macchina fu esposta allo SMAU, il salone delle macchine per ufficio, dove veniva propagandata la peculiarità, a quel tempo tutta Olivetti, di fare unità elettroniche solo a transistor, perciò non si doveva sapere che sopra al governo elettronico, che veniva mostrato con orgoglio ai potenziali clienti, c’era questo singolare fornello. Naturalmente non era la macchina definitiva; perché quella che sarebbe stata messa sul mercato avrebbe usato transistor di potenza, che al momento di quello SMAU non erano stati disponibili, ma nel settore commerciale si è giustamente portati a lanciare il cuore di là dell’ostacolo. Per questo, un addetto in camice bianco stava sempre in piedi affianco al governo per impedire che qualcuno, ad esempio un giornalista, toccasse il coperchio dell’unità e così smascherasse l’inghippo.
Dopo questo exploit Perotto si mise a progettare una macchina fantastica che precorse i tempi: la Programma 101.
L’idea fu di fare un calcolatore elettronico abbastanza piccolo da stare su una scrivania e essere adibito a fare calcoli scientifici o tecnici, ad esempio quelli delle strutture in cemento armato. Aveva una stampantina incorporata e una scheda magnetica rettangolare per fare da memoria di massa e data entry. La RAM era del tipo magnetostrittivo, fatta con un anello aperto di filo di acciaio armonico. I dati s’introducevano da tastiera o da scheda magnetica e per semplici rappresentazioni grafiche era previsto un plotter come unità periferica per disegnare. Si programmava in Basic perciò richiedeva una certa conoscenza di tale linguaggio, ma esistevano anche applicativi disponibili su scheda magnetica.
Non so se ho descritto bene o male questo gioiello incompreso, quello che poi si è capito è che grazie a Perotto l’Olivetti aveva realizzato il primo Personal Computer della storia, molto prima di Bill Gates nel suo garage in California, ma nessuno se n’era accorto. Il fatto è che ai tempi non esisteva ancora una ragionata strategia di marketing e si andava più a senso, secondo l’estro e la sensibilità dei progettisti o dei venditori, che spesso contrastavano. Così si progettavano prodotti che poi si dimostravano del tutto inutili, e a volte altri che avrebbero potuto sfondare in settori innovativi del mercato, ma non c’era nessuno che fosse capace di prevederne gli sviluppi.
Qualche anno fa se n’è andò anche Perotto e io partecipai al suo funerale al cimitero di Cavaglià, sua cittadina piemontese di origine. Io lo ammiravo molto e gli preconizzavo sempre un futuro monumento nella piazza del Municipio di Cavaglià ma lui, che era un tipo schivo, si faceva una bella risata dietro la sua barba e passava via. Dopo la sua morte raccolsi anche delle firme perché il Sindaco dell’epoca provvedesse a fare questa statua, sarebbe bastato anche un semplice mezzo busto, ma non ebbi risposta. Bisogna capire, Cavaglià era allora un paesino del vercellese dedito a produrre riso, meliga e allevare animali, perciò non era ancora in grado di valutare l’onore che il prof. Piergiorgio Perotto aveva fatto alla sua terra.
Un giorno o l’altro dovrò passare per Cavaglià per vedere se per caso un nuovo sindaco più al passo coi tempi una statua gliel’abbia davvero dedicata, almeno ora che grazie al Web la cultura informatica è diventata molto pervasiva, certamente anche tra le risaie e nelle stalle del vercellese.

Adriano Olivetti.

Un giorno Tchou annunciò a tutti che avremmo avuto la visita dell’ingegner Adriano. A Ivrea lui era conosciuto così.
Fummo presi da grande agitazione perché da quella visita poteva dipendere il nostro futuro, ma la sedammo dandoci da fare a ripulire cablaggi, a toglierli da terra per farli passare in modo più elegante, a rimuovere i fili appesi ai rack che era inevitabile inserire mentre si provava qualcosa. Sono certo che tutti noi mandammo a lavare i nostri camici bianchi. Per l’occasione preparammo un programmino che riusciva a mostrare le 4 operazioni aritmetiche; non bisogna meravigliarsi, questo era stato il primo vagito della Zero. La mia unità di stampa fuori linea stava anch’essa nel capannone insieme all’Unità Centrale della Zero e gli avevamo attaccato una stampante della Bull francese, anche questa di bella meccanica ricca di fantasia, ma molto delicata.
Allora non esisteva quello che oggi si chiama “software” e si programmava in “linguaggio macchina” vale a dire bit per bit, ossia con le cifre “0” e “1”, e istruzione per istruzione. Le istruzioni dicevano alla macchina che cosa doveva fare e dove andare a mettere i risultati, ma fare un programma complesso significava metterne insieme molte migliaia e ogni volta bisognava provare per vedere che cosa succedeva. Non esistevano neppure i “softwaristi”, quelli che oggi sono capaci di usare complicati linguaggi automatici di programmazione; questi personaggi l’inventammo qualche anno più tardi con una laboriosa trattativa sindacale intesa a definire il ruolo di questa nuova e sconosciuta mansione, si può immaginare con quali difficoltà di comprensione da parte dei sindacati metalmeccanici dell’epoca, cui dovevamo riferirci per la nostra appartenenza al Gruppo Olivetti.
Adriano Olivetti arrivò puntuale la mattina del giorno stabilito. La nostra ansia si era tramutata in curiosità e interesse per questa persona, che noi tutti giudicavamo essere un imprenditore “illuminato”, come si diceva a quei tempi quasi avesse ricevuto lo Spirito Santo.
Tchou gli fece fare il giro dei vari laboratori di progettazione e ci presentò al Grande Capo. Adriano strinse la mano a tutti indistintamente e con tutti s’interessò del lavoro che facevano, poi entrò nel capannone dove la Zero era in bella mostra, si fa per dire, ma per noi che l’avevamo messa insieme così com’era era anche bella.
Gli facemmo vedere che sapeva fare le quattro operazioni aritmetiche inserendo i dati con la tastiera della telescrivente. Fu richiesto il risultato di 4×4 e subito la Zero stampò 16. Adriano osservò qualche minuto quei rack pieni di pannelli e di fili, con le lampadine al neon che baluginavano a segnalare che dentro c’erano calcoli in corso, e poi disse: «Certo è un modo un po’ costoso di usare una telescrivente.».
Lì per lì ci rimanemmo male, ma poi lui se ritirò a discutere nell’ufficio di Thcou e quando se ne fu andato il nostro Direttore annunciò che Adriano era rimasto soddisfatto da ciò che aveva visto e che era deciso a continuare. La macchina Zero sarebbe stata finita, inglobata in un armadio di bell’aspetto e mandata a Ivrea per occuparsi della gestione dei magazzini. Insieme con la nostra stampante fuori linea, naturalmente, perché i risultati del calcolo potevano essere letti solo su carta stampata. Con lei sarei andato anch’io a Ivrea per un paio di mesi per installarla e farla funzionare.
Fu così che conobbi da vicino il mondo eporediese dell’Olivetti dal quale eravamo rimasti a lungo segregati.

Stampa Camillo.

A Ivrea la Zero fu sistemata silenziosamente e con discrezione in un salone della Direzione amministrativa ed era a disposizione del dottor Franchetto, il responsabile dei magazzini, che sentiva molto l’importanza del compito che gli era stato assegnato, anche perché tutta l’Olivetti teneva gli occhi puntati su di noi e quindi su di lui. Ivrea è una piccola città e si sa tutto di tutti, e il nostro arrivo, ancorché fatto in grande riservatezza, era stato subito notato.
A gestire l’Unita Centrale della Zero c’era il signor Mondino, un perito industriale di grande esperienza che faceva parte del gruppo di Flip, e con lui mi pare di ricordare che collaborasse il signor Desperati, esperto di unità centrale e capace di programmare. Con me c’era il mio diretto collaboratore, il signor Cavalli, un bergamasco delle parti di Iseo, un solido lavoratore di poche parole ma molto intelligente, con cui lavoravo molto bene. Ciao Cavalli dove sarai adesso?
Cavalli e Desperati erano due ragazzi molto creativi, così gli venne in mente di ricostruire con la stampante Bull l’immagine del fondatore della Olivetti, l’ingegnere Camillo, che era esposta in tutti gli uffici di Ivrea, proprio come si usa con i Presidenti della Repubblica negli uffici statali. Si trattava di fare un sapiente uso delle “x”, degli “=”, delle “i”, e così via per simulare i chiaroscuri dell’immagine, ponendoli uno a uno al posto giusto nella riga e nella colonna di stampa; bisognava solo fare attenzione che non capitassero troppi caratteri tutti eguali sulla stessa riga, come poteva succedere sull’ampia barba del Fondatore, perché a quel punto la macchina faceva fatica a tirare su tante colonne di stampa tutte insieme, e l’inerzia di queste masse in movimento le dava un colpo tale che si sfasciava in un turbinio di mollette e rotelline.
Quando lo provammo ne venne fuori una cosa dall’effetto davvero entusiasmante. La consegna che avevamo ricevuto era di mantenere la riservatezza e di non fare entrare curiosi, ma nonostante ciò non si riusciva a tenere fuori tutti. Purtroppo qualche copia dell’immagine stampata di Camillo sfuggì al controllo e uscì dalla nostra sala, così ci ritrovammo con delle code di impiegati Olivetti fuori della porta che imploravano per avere uno “stampa Camillo”, come noi avevamo chiamato il programmino che le produceva. Noi l’avevamo fatto con il rispetto che il Fondatore meritava, in fondo lui aveva inventato la prima macchina scrivente dell’Olivetti e dalla tomba poteva anche essere che gli avesse fatto piacere di vedere che cosa erano stati capaci di fare i suoi futuri collaboratori con un sistema di stampa che ai suoi tempi non poteva neppure essere immaginato. Tuttavia, la cosa non fu apprezzata allo stesso modo nelle alte sfere olivettiane e dall’Ufficio personale ci venne l’ingiunzione di smettere perché, secondo loro, era una cosa disdicevole per la memoria del Fondatore.
La macchina Zero cominciò a lavorare a due turni assistita da due nostri tecnici, e con grande soddisfazione dell’amico Franchetto produsse grandi quantità di informazioni stampate. Questo primo successo garantì l’ingresso dell’elettronica a testa alta nel mondo tutto mini-meccanica dell’Olivetti di Ivrea, e ne avrebbe condizionato il futuro.

L’Elea 9002.

Dopo il successo della Zero Mario Tchou ottenne di realizzare un secondo prototipo, in tutto simile in quanto ad architettura di sistema e a tipologia di componenti, ma questa volta vestita bene da Ettore Sottsaz in modo che potesse essere mostrata al pubblico con lo scopo di iniziare una penetrazione commerciale. L’architettura della prossima macchina tutta a transistor, l’Elea 9003, era intanto già ben definita, solo che per costruirla a Barbaricina non sarebbe bastato lo spazio esistente e inoltre in loco non c‘era la disponibilità di componentistica e di imprese terziarie occorrenti alla sua produzione, perciò nella primavera del 1959 ci trasferimmo a Milano. I Laboratori di progettazione e la produzione si insediarono in una fabbrica già esistente a Borgolombardo, piccolo centro alla periferia Sud di Milano, allora in mezzo alla campagna e affianco del Re de’ Fossi, il collettore fognario del Sud Milano, ben frequentato da grosse pantegane.
La 9002 era costruita dentro armadi dai piedi alti e di colore nero opaco, perciò l’elettronica all’interno era tutta ad altezza d’uomo per soccorrere più facilmente gli eventuali guasti. In alto correvano delle strutture metalliche scatolate, se non sbaglio anodizzate d’azzurro, simili alle blindosbarre che si usano nelle fabbriche per le alimentazioni elettriche ai posti di lavoro, ma qui servivano a far passare in modo ordinato i numerosi cavi che portavano i segnali da un armadio a un altro. Queste blindosbarre erano tenute alte con dei tondini di acciaio che si dipartivano dai quattro angoli di un armadio per convergere nel punto di sostegno.
Una mattina si scoprì che qualcuno aveva steso dei fili tra i tondini e ci aveva legato sopra degli uccellini di carta colorati, volendo far intendere che a lui quella struttura dava l’idea di una gabbia per uccelli. A quell’epoca non si aveva ancora un’idea su che cosa fosse l’industrial design, e non si sapeva che Sottsaz sarebbe stato uno dei suoi precursori grazie alla lungimiranza di Adriano Olivetti, che voleva che tutte le sue produzioni fossero belle a vedersi.
Contrariamente alle idee dell’ornitologo, anche la 9002 era molto bella, pulita con le sue porte di spesso alluminio anodizzato argento e le teste sporgenti delle viti a brugola di colore nero che le tenevano a posto. Ettorino Sottsaz aveva disegnato una tastiera componibile fatta da cubetti colorati con colori tenui, ognuno dei quali poteva svolgere la funzione di tasto, di interruttore o di portalampada per le lucine al neon, queste sempre molto efficaci nel far intendere ai visitatori che la macchina stava “pensando”.
Anche il mio governo della stampante – che intanto non era più la lenta Bull ma una Shepard americana che ero andato a comprare apposta negli USA – si era rifatto il guardaroba e faceva il suo figurone messo lì, in una saletta di lato all’Elea 9002 dal quale riceveva le pizze di nastro magnetico per la stampa dei risultati. La Shepard era fatta per stampare 900 righe al minuto. Aveva un rullo lungo abbastanza per contenere 120 posizioni di stampa per ognuna delle quali erano riportati a rilievo tutti i diversi caratteri, lettere e numeri. Martin aveva avuto un’idea geniale. Aveva fatto ripetere sul rullo due volte le dieci cifre dei numeri in posizioni opposte, perciò in mezzo giro li trovava certamente tutti. Dovendo stampare solo numeri, questo accorgimento consentiva di andare a 1200 righe al minuto.
La Shepard aveva un grosso difetto, non teneva l’allineamento dei caratteri sulla riga a causa di certe dispersioni magnetiche, perciò leggere il suo stampato faceva girare un po’ gli occhi. Ma ad Ivrea stava provvedendo Ponzano, un simpatico e intelligente ingegnere che avrebbe sviluppato una stampante basata sugli stessi principi della Shepard ma senza i suoi difetti.
A quell’epoca le specifiche di prodotto sufficienti a soddisfare i bisogni del mercato non erano di moda. Ci era stato chiesto di fare una stampante molto veloce capace di produrre in chiaro la gran quantità d’informazioni che il calcolatore produceva in poche ore di funzionamento, e noi l’avevamo fatta, ma non bastava, perché doveva fare anche i “salti”. Me lo fece notare in verità in modo un po’ brusco Elserino Piol. Il signor Piol era un perito industriale che lavorava nella Direzione commerciale della Olivetti Bull e credo avesse avuto l’incarico di studiare i problemi per il lancio sul mercato della Elea 9003. Tra questi problemi c’erano i salti di carta del processo di stampa. Nell’impiego amministrativo si doveva scrivere su moduli prestampati con foratura laterale per il trascinamento e non si scriveva mai su tutta la riga, ma solo dove serviva e tra una riga stampata e l’altra potevano esserci più righe vuote che bisognava “saltare” con un trascinamento veloce. Allo scopo il programma di stampa su nastro magnetico dava l’indicazione di inizio e fine del salto. Niente di difficile a fare con l’elettronica, bastava solo saperlo, ma Piol me lo fece notare in modo un po’ sfottente e la cosa mi diede fastidio. Poiché ogni modifica da apportare ai prodotti doveva essere approvata da Tchou, ne parlai al Capo ma gli chiesi chi fosse questo Piol che con era venuto a parlarmene. In effetti Piol aveva ragione, ma lui non poteva immaginare che noi non avessimo alcuna idea di che cosa fosse il mercato con i suoi bisogni. Tchou invece si seccò, chiamò Piol e dovette fargli una girata delle sue. Ancora oggi a distanza di tanti anni, quando mi capita di incontrare Elserino mi rinfaccia questa storia. Si vede che Tchou deve averlo messo ben in riga, ma non era stata questa la mia intenzione quando ne parlai a Tchou, ma lui era uno strenuo difensore dei suoi collaboratori. Pol ha poi fatto una brillante carriera in Olivetti, dove è rimasto fino alla sua fine.
Non avevamo ancora finito la 9002, che venne l’indicazione di trasferirla in Via Clerici perché avrebbe avuto la visita dell’allora Presidente della Repubblica Gronchi. L’Olivetti si stava ormai muovendo nel calcolo elettronico con tutta la sua abilità nel comunicare al pubblico.
Per un intero mese prima della visita presidenziale fummo assediati dai Servizi Segreti che mancò poco non ci guardassero anche nelle scarpe. Pochi giorni prima venne una troupe della televisione con dei funzionari del Quirinale a stabilire il percorso che avrebbe fatto Gronchi. Il Presidente voleva essere ripreso solo di lato e solo da un lato, ma non ricordo quale. Forse da quel lato si considerava poco telegenico; a me la cosa apparve come un vezzo non adatto a un Presidente, ma allora avevo ancora una certa considerazione del nostro mondo politico.
Mi pare di ricordare che per l’occasione i soliti Mondino e Desperati fecero due programmi per colpire l’immaginazione del nostro Presidente. Il primo lo faceva giocare a tris con la macchina e naturalmente lo faceva vincere, il secondo faceva intonare all’altoparlante del calcolatore la marcetta dal film “Il ponte sul fiume Qwai”, che allora andava per la maggiore. Non si è saputo se Adriano Olivetti abbia osservato anche in quell’occasione che quello era un modo un po’ costoso di fare musica, ma se non l’ha detto l’ha certamente pensato.
Il Presidente fece anche un fugace passaggio da noi per vedere la stampante fuori linea, e rimase colpito dalla sua velocità. Strinse la mano a tutti e silenziosamente andò via. Qualcuno molto reverente al fascino presidenziale disse che non si sarebbe più lavato le mani per una settimana, ma quello non fui io.
Sul settimanale Epoca venne fuori un articolo su di noi con una fotografia di Mario Tchou insieme con tutti, nessuno escluso. L’IBM aveva lanciato a quei tempi una campagna pubblicitaria basata sul concetto che loro costruivano il futuro. La risposta della pubblicità Olivetti nel presentare la 9003 fu: “Da noi il futuro è già cominciato”.
Intanto a Borgolombardo fervevano i preparativi per l’uscita dell’Elea 9003, la prima calcolatrice elettronica al mondo con componenti tutti allo stato solido.
L’avevamo fatta noi, i ragazzi di Barbaricina.

L’Elea 9003.

Remo Galletti aveva avuto il compito di progettare tutta l’elettronica della macchina compreso uno “standard” per il montaggio sistematico delle varie parti e poi di “ingegnerizzarla”, termine che all’epoca significava: “rendere un prodotto riproducibile in più esemplari tutti eguali e di buona affidabilità in una produzione d’impresa regolare e senza intralci”. Una bella impresa per noi che impazzivamo ancora per la qualità delle saldature.
Anch’io completai senza particolari problemi i miei governi delle unità fuori linea usando il nuovo standard. In quel periodo conobbi la dottoressa Marisa Bellisario. Era una bella ragazza di Cuneo, anche lei mandata dall’Olivetti Bull, che era capace di programmare sulle macchine meccanografiche di entrata e di uscita dell’Elea 9003. Queste macchine avevano dei grandi pannelli forati nei quali s’infilavano dei fili di varia lunghezza terminati con delle spine con i quali si realizzavano i collegamenti logici tra i relè elettromeccanici contenuti nella macchina, in modo che assolvessero alle varie funzioni richieste. Diventammo presto amici, perché era una donna intelligente e sagace. La incontrai di nuovo nella Olivetti General Electric dove eravamo finiti non per nostra volontà, e lavoravamo sotto uno stesso Capo, Mr. Princi un signore italo americano della G.E., in verità non un genio, ma molto gentile e cerimonioso. Lei si occupava del Product Planning, io del Business Planning, una primordiale versione della pianificazione strategica. In verità tutto quello che dovevo sapere sul marketing e sull’organizzazione d’Impresa com’era vista a quei tempi, lo imparai in quell’occasione.
Intanto mi ero accorto che con la logica elettronica si riusciva a fare quasi tutto, bastava fantasia e tecnologia, invece ai pochi uomini che lavoravano per me non riuscivo sempre a fargli fare quello che volevo. Perciò un giorno andai da Mario Tchou e gli spiegai che il mio problema non era la progettazione elettronica ma la gestione delle persone. Fu gentile come il suo solito e mi ascoltò attentamente, promettendomi che mi avrebbe fatto sapere qualcosa. Io lo ringraziai e gli dissi che mi fidavo di lui, perciò qualunque cosa mi avesse proposto mi sarebbe andata bene, ma «non se ne approfitti» aggiunsi, per attenuare un po’ la mia dichiarazione di fiducia e non farla sembrare uno sciocco servilismo. Dopo qualche settimana mi chiamò per prospettarmi il mio futuro secondo le sue intenzioni. Mi disse che i Laboratori di Pisa erano ormai la Divisione Elettronica dell’Olivetti la quale avrebbe avuto un ruolo sempre più impegnativo nella Società, ma per sostenerne lo sviluppo bisognava avere uomini adatti e mezzi finanziari.
«A questi ultimi ci pensa l’Olivetti agli uomini dobbiamo pensarci noi, ma bisogna andarli a cercare fuori, uno ad uno e dovranno essere i migliori.» e mi prospettò l’incarico di Direttore del Personale della Divisione, ma prima avrei dovuto saperne di più sulle future tecnologie dell’Elea, perciò avrei passato qualche mese da Galletti a progettare circuiti e standard circuitali, perché per assumere persone bisognava sapere quello che avrebbero dovuto fare. Avrei anche passato qualche mese a Ivrea presso la Direzione Centrale del Personale per imparare il mestiere, perché in quel campo l’ingegnere Adriano aveva idee molto precise basate sul rispetto della dignità delle persone.
Come potevo non accettare una simile proposta. Avrei dovuto smettere di fare l’ingegnere che gioca con i circuiti e mettermi a fare il manager, un cambiamento totale, ma ricominciare ogni volta da capo mi ha sempre affascinato e in più di un’occasione l’ho anche fatto.
Eravamo all’inizio degli anni ’60 e cominciava quel travolgente periodo di sviluppo che fu chiamato “boom economico italiano”, e anche in questa occasione io c’ero cascato dentro a piè pari.

La Direzione del Personale.

Questa fu la volta che riuscii a conoscere più da vicino l’Olivetti di Ivrea, anzi la conobbi dal di dentro.
Il Direttore Centrale del Personale era allora l’ingegnere Nicola Tufarelli anche lui, come tanti dirigenti della Olivetti, proveniente dalla Marina Militare Italiana.
Per creare quadri direttivi di ottimo livello e addestrati nell’arte di comandare a degli uomini, Adriano Olivetti dopo la guerra aveva attinto a piene mani da quest’arma, allora come oggi considerata la più signorile e organizzata dell’Esercito italiano. L’avere comandato una nave militare in periodo di guerra aveva certamente acuito il senso di responsabilità degli ufficiali della carriera comando verso la sicurezza della nave e dell’equipaggio, e aveva insegnato loro che cosa fosse una missione e la strategia per il successo; inoltre l’andar per mare insegnava agli uomini lo spirito di gruppo e di solidarietà, c’erano quindi tutti i presupposti per fare anche dei buoni dirigenti d’impresa.
Ora io dipendevo gerarchicamente da Tufarelli, non più da Thcou, però dipendevo ancora da lui come funzione di servizio per tutti gli aspetti che riguardavano il personale della Divisione elettronica. Tufarelli mi diede direttive molto chiare e mi addestrò a fare la selezione del personale laureato e diplomato. Adriano Olivetti voleva dei laureati che fossero prima di tutto esseri umani sensibili ai problemi della vita, tolleranti verso le idee altrui e che coltivassero interessi extraprofessionali per non essere solo degli aridi tecnocrati. Lui vedeva l’Azienda come un insieme di uomini che dovevano lavorare bene insieme e sentirsi sicuri per il loro futuro, perciò il presupposto era il rispetto per la dignità umana a qualsiasi livello sociale si appartenesse.
Giorni fa ho sentito un’intervista televisiva del penultimo Presidente della ex Olivetti che sosteneva con grande sicurezza, neanche se l’avesse conosciuto da vicino, essere Adriano un vero “padrone” all’antica, insomma di quelli cattivi. Niente di più sbagliato, l’ingegnere Adriano era piuttosto un socialista liberale, come dimostrò fondando un movimento politico che chiamò “Comunità”. Fuori del Canavese questo movimento non ebbe successo perché, allora come ora, il mondo politico italiano non amava gli outsider che si proponessero alla politica venendo dal mondo industriale.
Tufarelli mi fece avere degli incontri con il professor Cesare Musatti, il più noto psicanalista di quegli anni, perché per valutare altri esseri umani bisognava prima conoscere bene se stessi. Per fare esperienza di selezione dei laureati e dei diplomati mi mandò in giro con Riccardo Felicioli, un esperto dedito a questo compito, con cui strinsi una buona amicizia, e da lui imparai tutte le astuzie del mestiere. Da Giuliano Valle mi fu impartita una buona conoscenza delle Relazioni interne, vale a dire dei rapporti con le rappresentanze del personale, allora chiamate Commissioni interne, e con i Sindacati e da lui imparai l’arte di parlare molto a lungo senza mai dire nulla di conclusivo in un linguaggio allora nascente: il “sindacalese”.
Tufarelli mi fece anche conoscere un settore allora del tutto innovativo per le imprese italiane: l’Ufficio di Psicologia del Lavoro tenuto dal professor Novara, un noto psicologo di quegli anni, con il quale collaborava un ingegnere, un certo Milani, che venendo dalla produzione portava le esperienze di quel settore e la conoscenza dei problemi degli operai che lavoravano alle linee di fabbricazione dove erano messi a paga con il cottimo. Questo incentivo voleva essere un premio per il maggior lavoro compiuto a livello individuale, ma in pochi anni divenne la peggior causa di interminabili lotte sindacali. Insomma fu per me una vera e propria “total immersion” nei problemi relativi alle persone nell’impresa. Oggi queste cose sono abbastanza scontate nelle aziende italiane, ma allora in generale il Capo del Personale era visto come una specie di cerbero che per tenere l’ordine doveva spaventare i dipendenti, tanto che alcune grosse imprese prendevano per il ruolo dei colonnelli dei Carabinieri andati in pensione.
In quei pochi anni che passai alla Direzione del Personale girai tutta l’Italia per selezionare laureati tecnici da tutte le Università italiane e credo di averne incontrate almeno 250, così come incontrai circa 500 periti industriali dei migliori Istituti tecnici italiani. Non ricordo quanti ne furono assunti, indubbiamente molti e ancora oggi quando ne incontro uno che mi riconosce io ricordo solo il suo viso ma non il nome, gli chiedo se poi si è trovato bene nell’Olivetti. In fondo con quella singolare professione di selezionatore, sebbene non ne avessi l’intenzione io condizionavo il futuro di quelle persone perché le inducevo scegliere l’Olivetti invece che altre imprese, e di questo sentivo un po’ la responsabilità, perciò mi preoccupavo per il loro futuro.

Federico Faggin.

Era un giovane perito industriale padovano che avevo conosciuto da vicino perché lavorava anche lui nei laboratori di progettazione circuitale di Remo Galletti. Ormai ero insediato nella Direzione del personale e tutti i giorni ricevevo persone che avevano da chiedere qualcosa o che chiamavo io per comunicargli un loro nuovo incarico, un passaggio di categoria o un aumento di stipendio. Un giorno venne da me Faggin e mi presentò le sue dimissioni perché voleva tornare a Padova e laurearsi in fisica, in particolare su quella dello stato solido. Mi consultai con Galletti e con Tchou e visto il valore di questo ragazzo, decidemmo di dargli un’aspettativa assegnandogli anche una borsa di studio. Quando glielo comunicai ne fu veramente felice. Gli prospettai anche un futuro impiego presso la SGS, un’impresa di componenti a semiconduttori fondata dall’Olivetti insieme con l’ingegnere Frediani, l’allora fondatore e proprietario della Telettra, un’azienda di telecomunicazioni molto avanti nel campo dei ponti radio. Si laureò poi a pieni voti e andò alla SGS, che allora aveva un rapporto di cooperazione tecnologica con la Fairchild di California, il primo seme della silicon valley. Più tardi Faggin si trasferì alla Fairchild quando questa si separò dalla Olivetti, e lì sviluppò e realizzò l’8080, il primo microprocessore che consentì la nascita dei Personal Computer.
Mi sfugge un’osservazione. Noi italiani siamo sempre stai capaci di ideare e creare grandi cose, ma quando si è trattato di farle entrare nella normalità della vita, com’è quella produttiva di un’impresa, siamo stati solo capaci di distruggerle. Così, senza neppure un’ora di proteste sindacali è scomparsa l’Olivetti, una grande multinazionale italiana proiettata nel futuro tecnologico, così pure tutte le sue collegate, come ad esempio l’Olivetti Controllo Numerico, così la Telettra venduta all’Alcatel che poi l’ha diluita in se stessa, così la SGS confluita nella Thomson francese, così l’industria chimica, la siderurgica e la tessile, e così tante altre.
A proposito di Faggin, ha avuto un alto riconoscimento dal Presidente Obama.

Pregnana milanese.

L’Elea 9003 aveva avuto successo e ormai si costruivano in serie, perciò Borgolombardo non bastava più per farle spazio si decise di trasferire i Laboratori di Ricerca e Progetto a Pregnana milanese, un piccolo borgo nella campagna lombarda a pochi chilometri da Milano a fianco dell’autostrada per Torino dove l’Olivetti aveva comprato un grande terreno.
Adriano Olivetti badava molto all’estetica delle fabbriche e degli uffici che aveva sempre fatto progettare dai migliori architetti del tempo, perciò per la nuova sede dei Laboratori scelse l’architetto francese Le Corbusier.
Venne a trovarci a Borgolombardo per capire l’ambiente di lavoro e passò anche nei laboratori di Galletti. Io stavo montando un circuito stampato, uno dei primi, nati a quei tempi per eliminare le filature fatte a mano. Con le loro piazzole per la saldatura e le pista di rame avevano anche una certa estetica, perciò lui se ne interessò e mi chiese molte spiegazioni sull’impiego. Dopo la dipartita dell’ingegner Adriano e di Mario Tchou non se ne fece più niente e il bellissimo progetto schizzato da Le Corbusier fu sostituito a Pregnana da uno squallido capannone in ferro, di quelli usati per i magazzini.
Erano cominciati i tempi duri, che poi ci accorgemmo essere la normalità. Fino allora avevamo vissuto avvolti nella bambagia e coccolati da tutti, come i bambini, ora bisognava diventare adulti.

Ottorino Beltrami.

Lo incontrai per la prima volta a Barbaricina dove lui era venuto a visitarci nella sua qualità di Direttore della Olivetti Bull con la quale collaboravamo per conoscere i problemi del nostro futuro mercato dei calcolatori elettronici. Era con Mario Thcou, nell’ingresso della nostra villetta, e lui me lo presentò. Beltrami era un signore di media statura con gli occhi chiari e con un forte accento toscano che seppi poi essere proprio quello di Pisa, sua città natale. Mentre eravamo lì all’ingresso, attorno si era formato un piccolo capannello di noialtri, perché Tchou ci teneva a presentarci tutti, uno ad uno.
A Barbaricina noi si teneva un gatto per combattere i topi di campagna, affamati anche dell’isolamento dei cavi elettrici, e quella mattina si unì a noi anche quello, e per farsi notare cominciò a strusciarsi con molto impegno su una gamba di Beltrami, ma mi stupì il fatto che lui neppure se ne accorgesse. Qualcuno mi disse poi che quella era la gamba artificiale dell’Ammiraglio Beltrami.
Ufficiale di Marina della Carriera Comando, Beltrami aveva fatto l’Accademia di Livorno con ottimi voti. Intanto era scoppiata la II Guerra mondiale perciò fu imbarcato come Comandante di un sommergibile e fu ferito a una gamba da una scheggia. Gli venne una setticemia, infezione allora non curabile perché non era ancora stata scoperta la penicillina, e dovettero amputargliela, però aveva trovato una protesi molto efficace perché a vederlo camminare si notava appena che claudicasse.
Sono sicuro di non sbagliare dicendo che tra tutti i Comandanti di Marina assunti da Adriano Olivetti perché ne sortissero dei buoni manager, Beltrami è stato il migliore in assoluto e anche l’unico, come poi ha dimostrato la sua brillante carriera sia in Olivetti sia fuori e anche a livello multinazionale, ad esempio nella stessa General Electric.
Lui teneva molto al suo sommergibile e da allora ne ha conservato una fotografia che ho sempre visto sul suo tavolo in tutti gli incarichi che ha avuto. In fondo al suo animo è sempre rimasto un marinaio fedele al suo ruolo. Quando dall’Olivetti volevano mandarmi uno dei tanti Comandanti per coprire un ruolo nella Divisione elettronica andavo da lui. Ottorino tirava fuori da un cassetto un suo annuario dove c’erano tutti gli ufficiali con l’indicazione delle votazioni riportate all’Accademia e mi diceva «Questo sì, è stato primo al suo corso.» oppure «No questo non ha brillato, meglio lasciar perdere.».
Una volta in un pomeriggio milanese ero al cinema per un film di guerra che parlava di sommergibili americani. In una scena si vide il Comandante che accendeva un sigaro e si sentì da qualche fila dietro di me una voce toscana che diceva: «Bischero! Nei sommergibili non si fuma!» si può immaginare chi fosse.
Per usare un’accezione di Mauro Ballabeni, peraltro molto azzeccata, Ottorino, come me e tanti altri, è un superstite del calcolo elettronico. Fino a un paio d’anni fa lo incontravo al nostro comune Rotary Club, ma poi la sua gamba gli ha tolto mobilità e non l’ho più visto, ma l’ho sentito al telefono ed è sempre quello di prima, arguto e sveglio come non mai.
Qualche anno fa ha scritto un libro sulla sua esperienza mentre era sul Ponte di Comando della Olivetti, ma non vi trovai cenno sul perché questa nostra amata impresa non esistesse più. Gli chiesi il motivo, e lui semplicemente, ma argutamente, mi disse: «Perché non mi piace di parlar male di altre persone.».
Tuttavia bisogna che prima o poi sortisca qualcuno che ne parli male, perché questi sono aspetti importanti della storia industriale del nostro Paese, e bisogna far capire alle generazioni future come dovrebbero comportarsi per non ripetere sempre gli stessi errori.
Spero che Ottorino mi perdoni questi aneddoti su di lui che la mia memoria ha rispolverato con l’occasione di queste note. Gli garantisco che l’ho fatto con il rispetto e con l’affetto che lui ha meritato da tutti quelli che, come me, hanno avuto la fortuna e l’onore di conoscerlo e di lavorare con lui.

I programmatori.

Ai tempi della Zero le istruzioni che servivano a collaudare le varie funzioni progettate nei Laboratori erano programmate una a una nel linguaggio compreso dalla macchina, che si basava sull’algebra binaria. Dovendo fare programmi più complessi, come quelli necessari per le svariate applicazioni in campo amministrativo e commerciale, questo sistema avrebbe preso tempi lunghissimi, perciò nacquero i linguaggi di programmazione automatica. Non sono esperto del ramo perciò non so dire di che si trattasse, so però che semplificavano di molto il processo di programmazione anche riducendo gli errori e che i primi, come il Fortrand e il Cobol, furono realizzati dalla IBM.
Nello stesso periodo noi avemmo bisogno di questa particolare attività per programmare i lavori da far compiere all’Elea 9003 quando fosse uscita sul mercato.
La domanda che ci ponemmo nella Direzione del Personale fu: «Quali persone potranno fare questo lavoro finora sconosciuto? Che scolarità di base dovranno avere? Dove dovremo reperirle?». La risposta fu che a quelle domande non sapevamo dare nessuna risposta perciò avremmo dovuto inventarceli con un po’ di fantasia.
L’Ufficio di Psicologia del Lavoro non si scoraggiò. Facemmo un lungo brain storming e alla fine si decise che i “programmatori” per calcolatori elettronici dovevano essere persone di intelligenza superiore alla media, molto creativi, portati all’analisi logica dei problemi, perciò preferibilmente laureati in matematica o fisica. Fu molto difficile convincere dei laureati in quelle tipologie a fare un lavoro del tutto sconosciuto che non si sapeva nemmeno spiegare bene che cosa fosse, perciò su giusto suggerimento dell’ingegnere Milani si ripiegò su altre tipologie di scolarità anche su quelle incompiute. Si cercarono allora diplomati a licei classici e scientifici, ma anche tra quelli che non fossero ancora riusciti a diplomarsi; li cercammo anche tra gli iscritti a facoltà di matematica e fisica che non avevano avuto un gran successo nello studio, ma bastava che fossero estroversi e creativi. Insomma una scelta più orientata a selezionare dei disadattati che le persone solide e stabili che invece cercavamo per le normali funzioni aziendali. Furono sviluppati dei test particolari per individuare quegli aspetti molto singolari e si fece una campagna di ricerca nelle scuole superiori e nelle università.
Ne tirammo fuori una trentina che poi in termini di programmazione diedero davvero dei risultati eccellenti, ma che lasciavano molto a desiderare in quanto a gestibilità in una normale impresa, e naturalmente toccò a me a gestirli. Ricordo che ce n’era uno che quando aveva finito di “creare”, stanco si sdraiava per terra a dormire e per non farsi notare si metteva proprio sotto la parete divisoria dell’ufficio. A quell’epoca uno così lo si licenziava in tronco, ma noi fummo costretti ad abbozzare. Questi fenomeni umani furono affidati a Mauro Pacelli, un matematico fiorentino con conoscenza di programmazione e insieme con lui dovetti tenere a freno la estrosità di questo gruppo che non riguardò solo il lavoro che svolgevano, ma tutta la loro presenza a Pregnana milanese. Da qui scaturirono poi i più accesi contestatori e i sindacalisti del settore.
Oltre ad avere inventato il primo calcolatore a transistor avevamo inventato anche questo nuovo mestiere, che poi è diventato di grande importanza per lo sviluppo delle imprese. Oggi li chiamano, “softwaristi”, e sono stati classificati nella mansione a diversi livelli di capacità, tra le più alte, ad esempio, si trova quella degli Analisti di Sistema.
Mauro Pacelli era quello che oggi nel mondo del software si direbbe “un cervello”. A causa delle travagliate vicissitudini della Divisione Elettronica Olivetti, lui preferì andare a lavorare negli USA. Ora vive in pensione a San Diego in California. Tempo fa ci siamo scambiate delle e-mail ricordando i vecchi tempi.
La Commissione interna.
La Divisione Elettronica dell’Olivetti, in quanto tale, era completa di tutte le funzioni organizzative di un’impresa di media dimensione, vale a dire: Direzione Generale, Direzione Amministrativa, Direzione di Produzione, Direzione Ricerche e Sviluppo, Direzione Commerciale, Direzione del Servizio Tecnico Clienti, Direzione del Servizio del Personale.
Quest’ultima era svolta alle dirette dipendenze della Direzione Centrale del Personale della Casa madre, ma funzionalmente dipendeva da Tchou. Considerate le dimensioni che avevamo assunto Tufarelli ritenne opportuno che della produzione se ne occupasse un Capo del personale che avesse maturato questo tipo di esperienza, e spedì a Milano l’ingegnere Guido Gobbi, un simpatico bolognese fissato per la caccia alle folaghe, che faceva fuori a centinaia stando accucciato in una botte affondata a filo d’acqua dentro le valli di Comacchio.
Io mi dovevo occupare della gestione del personale dei Laboratori di ricerca e del Servizio Tecnico di assistenza ai Clienti, oltre a svolgere il ruolo della selezione delle persone da assumere a tutti i livelli.
Adriano Olivetti era una persona capace di riconoscenza per questo, quando l’allora Senatore Giancarlo Paietta del PCI gli chiese di assumere nei Laboratori un suo omonimo nipote, lui non seppe dire di no. Infatti, le brigate partigiane avevano salvato le fabbriche dell’Olivetti di Ivrea dai guastatori tedeschi che volevano farle saltare in aria.
Così io mi trovai un Giancarlo Paietta nella Commissione interna – allora la rappresentanza sindacale di fabbrica si chiamava così – che cercava di emulare la vivacità e l’aggressività politica dello zio, senza purtroppo averne la stoffa, e anche in un ambiente in cui le lotte sindacali bisognava andarsele a cercare perché di motivi del contendere proprio non ce n’erano.
Paietta cercava di imitare l’aggressività politica dello zio dentro i nostri Laboratori di ricerca, che notoriamente hanno bisogno di tranquillità mentale per pensare. Nelle riunioni di Commissione interna non lasciava mai parlare i suoi colleghi e si voleva far passare come il loro capo, un ruolo del tutto inesistente.
Io un po’ lo sfottevo: «Lei con il suo cognome in fondo è un blasonato perciò appartiene al ramo nobile del partito.» e lui si seccava moltissimo, ma eravamo tutti abituati a scherzare tra noi e non vedevo nessun motivo per fare il musone proprio con lui.
A un certo punto gli dissi: «Signor Paietta, lei è proprio sfortunato, perché è nato troppo tardi. Si è persa la rivoluzione d’ottobre che portò i comunisti al potere in Russia, poi si è persa la guerra di Spagna contro i Falangisti di Franco, si è persa perfino la lotta partigiana, e adesso vorrebbe portare la guerra nei nostri Laboratori. Noi qui abbiamo bisogno di lavorare in pace e serenamente, non di fare guerre inutili.».
Ma non c’era verso. Una volta, a Pregnana milanese durante uno sciopero, per fare picchetto si sdraiò fuori del cancello con il figlioletto appena nato in braccio per impedire l’ingresso alle auto dei Dirigenti. Poi seppi che fu trasferito nel Servizio Tecnico con sede a Livorno, sua città natale e non ne ho saputo più nulla. Si sarà calmato?
Comunque era un ragazzo simpatico e intelligente, a mio parere ostacolato nella sua carriera di tecnico dalla ideologia politica, e in quella politica da un cognome ingombrante.

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